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domenica 18 dicembre 2016

Accogliere il dono, farsi abitare



Poche righe nell’ultima domenica d’Avvento, la prossima domenica festeggeremo il Natale.

Alcuni supermercati, ormai da tempo, son già aperti 24 ore su 24, i carrelli della spesa traboccano mercanzie. Vogliamo certezze, accumuliamo ogni cosa sotto il segno della previdenza, dell’assicurazione, del risparmio e dell’accumulo per un oggi e per un domani.   In fondo “non si sa mai”.

 Avvento indica sia che qualcosa sta avvenendo, sia che qualcuno sta venendo.

Eppure siamo così allevati alla continua reiterazione del procedere dell’esistenza, che non riusciamo a scorgere ciò che sta accadendo o chi sta arrivando.

 Addestrati alla ripetitività percorriamo il presente sulle tracce del passato, ingessando nel qui e ora qualunque situazione nota e vissuta da riprodurre/vivere per sempre. D’altra parte ciò è rassicurante.

Si è tranquillizzati nel vivere ripetutamente un’esistenza che ha allontanato la novità, che ha estromesso possibilità di originalità/imprevisto/cambiamento,…

Non crea allarmismi/preoccupazioni, non agita il tranquillo tran tran quotidiano,  né più di tanto quella quotidianità ripetuta a memoria, vissuta in automatico.

Le luci e gli addobbi ovunque, pacchetti colorati tra le mani, personaggi del presepe e alberi agghindati e luccicanti. Auguri e regali coi sorrisi delle grandi occasioni stampati sulle labbra…

Avvento, tempo di attesa… ci sentiamo ripetere. Aspettiamo cosa, aspettiamo chi? Ma siamo sicuri di aspettare qualcosa o qualcuno? In realtà forse non attendiamo nulla e nessuno. Abbiamo spento i nostri desideri per paura di essere delusi. Fintamente trascorriamo questo tempo in attesa d’un Godot che mai arriva…

Chi si contenta gode: ci facciamo bastare, per paura di perderlo, quel poco che abbiamo o siamo. E’ spento il desiderio, perché è morta la speranza o ridotta al lumicino. Ciò che manca di più oggi, in questo nostro tempo di incertezze e di crisi di ogni tipo, è il coraggio di attendere una risposta, l’audacia e la temerarietà di ricercare quel riscontro che appaga il cuore insoddisfatto.

 Valgono le parole, lapidarie quanto profonde  e attuali  di Thomas Merton: “Vi sono tanti uomini, anche grandi uomini, i quali pensano che l’unico atteggiamento autentico è quello della franca accettazione della disperazione nei confronti della vita”.

Una banale quanto annoiata vita vissuta. Un mediocre ed insensato quanto inutile  trascinarsi tra la disperazione, il disincanto e il triste atteggiamento scettico ci accompagna nella  fatica del nostro vivere, chiuso in un orizzonte definito e presuntuosamente conosciuto e noto.

Non c’è nulla che immediatamente scaldi il cuore, che faccia appassionare il nostro giorno. Si riduce ogni cosa a istanti consumati velocemente: un innamoramento fugace, una storia effimera, il pullover nuovo o le scarpe all’ultima moda,…

 E allora il nostro Natale si riduce ad uno sguardo fuggevole di tenerezza al bambino che sorride sulla paglia, s’attiva il profumo e la nostalgia della nostra infanzia e s’accende la commozione della memoria sopita all’apprestare della tavola imbandita.

Il Natale cristiano non è una fuga dal mondo, è l’arrivo, improvviso e inaspettato, gratuito del Figlio nel mondo. E’ cuore lacerato dalla troppa attesa, pulsante di desiderio intenso di una vita autentica.

La fede che grida al cuore NON C’E’ NULLA CHE BASTI, NON C’E’ NULLA D’APPAGANTE
QUANTO LA PROMESSA SOPRAGGIUNTA GRATUITA E FATTA CARNE DI PIENEZZA.

La questione è in questi termini: non  se Dio viene, ma se io lo riconosco. Non se esiste un dio ma, posto che ci sia, se c’entra con la mia vita o no.

Tutto parte da un interrogativo che di tanto in tanto, in stagioni propizie, s’attizza in fondo al cuore: “cos’è quest’insoddisfazione che sento, cos’è questo desiderio di pienezza a cui non so dare nome, chi è questo qualcuno che mi cerca a cui sfuggo perché mi sento cercato…   Sei Tu Colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”

Indecente e persino sprezzante la domanda in bocca a Giovanni Battista, il precursore dell’Atteso che in prigione davanti alla morte è assalito dal dubbio.

Si sta giocando tutto: la verità della sua vita di profeta, ma ancor più la verità delle promesse di Dio. La speranza di Giovanni è traballante e incrinata … “Tutto qui? Aspettavamo un Messia che cambiasse la faccia della terra o per lo meno la nostra tribolazione in gioia… E Dio ci manda un Bambino… in una stalla... A che serve un bambino che ha bisogno di tutto?”
Natale non è una festa facile: nella sua luce tremolante oscilla la nostra fede e la nostra speranza.

Corre sul filo rischioso della delusione, perché tentiamo di ridurre Dio alle nostre attese, ai nostri bisogni  riducendolo a risposta scontata e per questo ormai inascoltata e, tra le tante, inutili.

Così ci perdiamo il dono che Lui ci fa. E’ vero: è solo un piccolo Bambino che ci viene dato, un Figlio di donna. Una piccola creatura da  contemplare senza essere accecati dalla sua luce.
Una sorpresa per la nostra vita, dono sorprendente ed unico. Dono che sa rinnovare l’esistenza e riempire il cuore dell’uomo.     Basta ascoltare e accogliere il dono, lasciarsi abitare.

venerdì 1 gennaio 2016

ambisco leggerezza



Sotto questo cielo ho attraversato e calpestato terra respirando aria da molto tempo ormai. Vivo ancora come un eterno ripetente. M’innamoro tuttora facilmente e mi appassiono con una certa frequenza.  E ancora la rabbia a volte mi assale scombussolando il mio cuore, le inquietudini mi rallentano il respiro e le sconfitte mi bruciano rendendomi abbattuto e svuotato.   Cerco di reagire resistendo come un soldato a difesa del proprio re ma non c’è nulla da fare, alla fine soccombo alimentando e incoraggiando così le forze contrarie.
Conosco bene le giustificazioni che sono sempre pronte a uscire: sono abile in questo; sono sensibile, impulsivo, attaccato a me stesso, rigido nelle risposte, a volte superficiale nei giudizi, irascibile, …
Questa catena stringe e a fatica la sopporto.   Aspiro ad altro, ambisco leggerezza; ne riconosco l’essenza, la percepisco in alcuni, la bramo e a tratti mi sembra di sfiorarla e viverla.  Quale facile levità che si vive come un alito di primavera profumato e persistente, ma quando la vita è piena, piacevole e sorride.  Occorre disfarsi di pesantezze che rallentano il passo di grettezze che comprimono il cuore. Lasciare che la vita scorra con leggerezza; senza difese né protezioni, come un corso d’acqua che possa scivolare nel suo percorso.
La vita continua, scorre perché è così che si esprime.  «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà» (Mt 16,25).
Abbiamo molto, possediamo tantissime cose-relazioni-opportunità; siamo quasi ingolfati da ciò che possediamo ed è questo uno dei motivi per cui passiamo il tempo del nostro vivere più a conservare, preoccupandoci di mettere in sicurezza ogni cosa e trascurando di sperimentare.  Abbiamo reso innocui e insensati quei verbi che donano alla vita un significato più degno-nobile-ricco, con quel pizzico di sale che rende unico il nostro passaggio su questa terra: provare/trovare/cercare. Nessuna assicurazione ci garantisce contro la morte, nessuna porta blindata ci preserva dai rischi dell’amore e dalle incognite del vivere, nulla che possa garantire il successo ai progetti auspicati.  Si perde tempo nell’affanno per difendere quel tesoro che solo perdendolo può fruttare arricchendoci.  “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà”.  Mi ritrovo col pensiero a san Francesco, alla semplicità di vita cui approda, sino al suo svestirsi riconsegnando a suo padre la propria vita passata per ritrovarla rinnovata e ricca, dura eppure leggera perché finalmente sua.  Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia.” (Lc. 12,27)
Ho conosciuto persone leggere al punto di diffondere leggerezza, amabilità. Non appartengono alla lunga lista di quelle superficiali, quelle che galleggiano senza lasciare traccia.  Sono persone che vivono immerse nella vita, così addentro da sporcarsi con le lacrime e il sangue, ma così capaci di vivere in pienezza la loro esistenza al punto d’avere accettato la sua legge sostanziale: ogni cosa muore per risorgere e trasformarsi, tutto cambia per permetterci d’andare oltre. Queste persone leggere testimoniano l’adattabilità al cambiamento e continuamente mostrano l’apertura al nuovo, senza pregiudizio, senza ostilità. Come viandanti hanno lo stretto necessario per procedere nel loro viaggio, si lasciano sorprendere ancora da ciò che incontrano. Si capisce che sono così da come esprimono la gioia di vivere e da come stanno nel dolore e davanti alla sofferenza: la paura non li paralizza e neppure amplifica la voce dell’angoscia e dell’afflizione.
Ho avuto la fortuna di conoscere persone così. Mi mancano queste persone, perché non è facile trovarne e goderne l’amicizia.  Accanto a loro ho respirato leggerezza, eppure, ad essere sincero, non riesco a viverla fino in fondo.
Ancora ho parecchia zavorra da gettare, ma sono fiducioso e mi dico: “Se hai avuto il bene di respirare questa leggerezza, per quanto la strada sia lunga, è impossibile farne a meno”.



venerdì 2 ottobre 2015

La povertà e il Patto delle catacombe



Questo papa è simpatico, avvicina i lontani, suscita emozioni forti. E’ espansivo, affabile, estroverso. In una parola: piace. E se lo si compara ad altri pontefici, vicini e lontani, vince nel confronto. Ha parola che attrae, sorrisi che allargano il cuore. Quindi il sillogismo è scandito in questo modo: papa nuovo, chiesa nuova. E’ quel che si attendono molti.
 Il ritornello è quello di avere una Chiesa più moderna, e ciò, nella maggioranza dei casi, potrebbe tradursi semplicemente nell’invito ad adeguare le scelte e gli insegnamenti cristiani a quel che è il pensare comune.
L’ovvietà del pensiero comune straripa. Da parte mia mi auguro invece che la Chiesa guadagni in autenticità evangelica. In fondo perché la Chiesa non deve adeguarsi a null’altro che non sia il Vangelo di Gesù Cristo.
Bisogna poi ammettere che spesso proprio questa verità viene ingannata nei fatti, sia dalla gerarchia ecclesiastica quanto dal popolo dei fedeli, con parole opere ed omissioni. Con scelte ed atteggiamenti scandalosamente  distanti dall’insegnamento evangelico. Offuscando e allontanando persino quelle voci che, anche all’interno della Chiesa non smettono mai, da secoli, di richiamare alla amorosa fedeltà radicale a Gesù e  alla sua Parola. 
Sono andato a rileggere il cosiddetto Patto delle Catacombe.
Il 16 novembre 1965, durante il Vaticano II, un gruppo di 40 Vescovi di vari continenti si ritrovò nelle Catacombe di Domitilla, una quarantina di km da Roma, per celebrare l’Eucaristia e firmare la fedeltà a un testo dalla grande portata profetica. Lo scritto fu consegnato poi dal Cardinal Lercaro al Papa e sottoscritto in seguito da più di 500 Vescovi. Con questo Patto i firmatari intendevano mettere al centro del loro ministero i poveri, impegnandosi a condurre essi stessi una vita sobria ed essenziale. Il testo nacque sulla spinta iniziale di una dichiarazione di Giovanni XXIII, precedente di un mese all’apertura del Concilio, che invocava la Chiesa come «Chiesa di tutti e in particolare dei poveri». Fu proprio il Cardinal Lercaro, al termine della prima sessione di lavori, a richiamare il tema invitando i confratelli a fare dei poveri il nucleo caldo di tutto il Concilio: «Non renderemo giustizia al nostro compito se non facciamo del mistero di Cristo nei poveri e dell’evangelizzazione dei poveri il centro, l’anima del lavoro dottrinale e legislativo di questo Concilio. Non può essere un tema del Concilio tra gli altri, ma deve diventare la questione centrale. Tema di questo Concilio è la Chiesa in quanto Chiesa dei poveri». Da lì nacque il gruppo dei Vescovi che spinse affinchè il tema dei poveri toccasse molti se non tutti gli ambiti di lavoro del Concilio e che poi diede origine al testo del Patto. Tra questi: Camara, Larrain, Himmer, Hakim e lo stesso Lercaro.   Rimane davvero strano il fatto che una dichiarazione di questa portata, considerato il  numero e lo “spessore”dei firmatari, sia poco conosciuta e confinata tra gli episodi marginali della storia della Chiesa contemporanea.  Sono convinto che la povertà  non sia un consiglio riservato ad alcuni ma un’esigenza evangelica ineludibile per tutti i cristiani. Non credo sia una questione marginale.  E’ evidente che non c’è un unica modalità, una sola interpretazione che  possa normare  le forme storiche della povertà che già nel Nuovo Testamento si presentano molteplici e  diversificate. Però da come viviamo la povertà dipende la forma e lo stile che la Chiesa si dà nella storia per testimoniare, con credibilità, la vicenda di Gesù di Nazareth.
Val la pena far riemergere l’interrogativo su come sia possibile tradurre oggi tutto questo.
E se non basta dire che si fa e si ha tutto “a fin di bene”, forse è il caso – in un confronto ecclesiale
autentico, non paludato e autoreferenziale – elaborare criteri che permettano di custodire, dentro le cose del mondo, la “differenza cristiana”.
Patto delle Catacombe.
Noi vescovi, essendo stati illuminati sulle deficienze della nostra vita per ciò che riguarda la povertà evangelica, incoraggiandoci gli uni gli altri in una medesima iniziativa nella quale ciascuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; uniti a tutti i nostri fratelli nell’episcopato; contando soprattutto sulla forza e la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, sulle preghiere dei fedeli e dei sacerdoti delle nostre rispettive diocesi; mettendoci, col pensiero e con la preghiera, al cospetto della Trinità, della Chiesa di Cristo, del clero e dei fedeli delle nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza ma anche con tutta la determinazione e la forza della quale siamo sicuri che Dio voglia darci la grazia, ci impegniamo a quel che segue:
1. Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso (Mt 5,3; 6,33.34; 8,20).
2. Rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti (stoffe di pregio, colori vistosi) e nelle insegne di metalli preziosi (queste insegne devono essere di fatto evangeliche, cf. Mc 6,9; Mt 10,9.10; At 3,6).
3. Non avremo proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale; e se sarà necessario averne, le intesteremo tutte alla diocesi o a opere sociali o caritative (cf. Mt 6,19.21; Lc 12,33.34).
4. Affideremo, ogni volta che sia possibile, la gestione finanziaria e materiale nelle nostre diocesi a un comitato di laici competenti e consapevoli del loro compito apostolico, per poter essere meno degli amministratori che dei pastori e degli apostoli (cf. Mt 10,8; At 6,1-7).
5. Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza (per esempio: eminenza, eccellenza, monsignore). Preferiamo essere chiamati con l’appellativo evangelico di «padre».
6. Nel nostro modo di comportarci, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo ciò che può procurarci privilegi, precedenze o anche di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (per esempio: banchetti offerti o accettati, «classi» nei servizi religiosi ecc.; cf. Lc 14,12.14; 1Cor 9,14.19).
7. Eviteremo anche di incoraggiare o di lusingare la vanità di chiunque con la prospettiva di ricavarne ricompense o regali o per qualunque altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare le loro offerte come una normale partecipazione al culto, all’apostolato e all’azione sociale (cf. Mt 6,2.4; Lc 16,9.13; 2Cor 12,14).
8. Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in condizione economica debole o sottosviluppata, senza che questo nuoccia ad altre persone o gruppi della diocesi. Sosterremo i laici religiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri e gli operai e a condividerne la vita operaia e il lavoro (cf. Lc 4,18; Mc 6,3; Mt 11,4-5; At 18,3.4; 20,33.35; 1Cor 6,12 e 9,1.27).
9. Consapevoli delle esigenze della giustizia e della carità e dei loro mutui rapporti, noi cercheremo di trasformare le opere di beneficenza in opere sociali, basate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze come un umile servizio degli organismi pubblici competenti (cf. Mt 25,31-46; Lc 12,13-14; 18,34).
10. Faremo di tutto perché i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici stabiliscano e applichino leggi sociali e promuovano le strutture sociali necessarie alla giustizia, all’eguaglianza e allo sviluppo armonioso e totale di tutto l’uomo in tutti gli uomini e giungano con questo a stabilire un nuovo ordine sociale degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio (cf. At 2,44.45; 4,32.33.35; 5,4; 2Cor 8,9; 1Tm 5,16).
11. Poiché la collegialità episcopale trova la sua attuazione più evangelica nell’assumersi in comune l’onere delle masse umane in stato di miseria fisica, culturale e morale (due terzi dell’umanità), noi ci impegniamo a partecipare, secondo le nostre possibilità, agli investimenti urgenti degli episcopati poveri; di raggiungere insieme, a livello delle organizzazioni internazionali ma a testimonianza del Vangelo, come il papa all’ONU, lo stabilimento di strutture economiche e culturali che non accrescano il numero delle nazioni prole- tarie in seno a un mondo sempre più ricco, ma permettano alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
12. Ci impegniamo a dividere nella carità pastorale la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, preti, religiosi e laici, perché il nostro ministero sia un vero servizio. Così ci sforzeremo di «rivedere» la nostra vita con il loro aiuto. Prepareremo dei collaboratori per poter maggiormente animare il mondo. Cercheremo di essere più umanamente presenti e accoglienti; ci mostreremo aperti a tutti quale che sia la religione di ciascuno (cf. Mc 8,34.35; At 6,1-7; 1Tm 3,8.10).
13. Ritornati nelle nostre rispettive diocesi, noi faremo conoscere ai nostri diocesani queste nostre decisioni, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Che Dio ci aiuti a essere fedeli.

lunedì 13 luglio 2015

“amoriser le monde”



In prima battuta l’ho apprezzato per alcuni suoi libri (uno in particolare Dialogo della liberazione) oltre trentanni fa; e poi leggevo i suoi interventi sulla rivista quindicinale Rocca, dove teneva una rubrica fissa.  Testimone autorevole che firma un’idea di vita e di fede.

Più tardi lo conobbi “dal vivo” all’Associazione Ore 11. Lì siamo quasi di casa se non altro perché da un po’ di anni, a Trevi, nel meeting estivo, cerchiamo un ristoro per l’anima. 
E puntualmente siamo sfamati e dissetati.

E’ un appuntamento fisso, per noi adulti il convegno e per i bimbi il “convegnino”.

Lì fratel Arturo Paoli era ospite abituale. Il “nonno Arturo”, come i bimbi lo chiamavano, intratteneva noi adulti con la sua appassionata narrazione di vita e di fede.

Indicava segni, la sua parola faceva baluginare nel cuore e negli occhi speranze di vita; percorsi arditi.

Tutto cominciò nella sua città di Lucca, dove nacque centodue anni fa.

(Nella Chiesa di San Michele in Foro sua parrocchia di origine, si celebreranno i funerali mercoledì 15 luglio prossimo).

Quando aveva otto anni, sul sagrato della sua chiesa, dove ogni giorno giocava con i compagni, vide scorrere il sangue, al termine di uno scontro tra fascisti e socialisti che lasciò a terra due morti e decine di feriti. «Gli uomini non si vogliono bene, il nostro compito è impegnarci per costruire la pace»: gli disse sua madre, la sera a casa, dopo averlo tranquillizzato.

Ricordava spesso questo fatto tragico.

92 anni dopo – e a pochi giorni dal compierne 100, oltre cinquanta dei quali vissuti lontano dall'Italia, in particolare nell'America Latina, ignorato e dimenticato perché il Vaticano non gradiva le sue idee progressiste per costruire la pace – fratel Arturo Paoli è ritornato lì, dove è partita la sua vita di profeta della libertà. E dove nacque, memore delle parole della madre, la sua teoria dell’“amorizzare” il mondo, fonte d’ispirazione di quella teologia della liberazione che negli anni Settanta infiammò la chiesa sudamericana contro le dittature.

Arturo Paoli, Piccolo Fratello di Foucauld - Giusto tra le Nazioni e insignito nel 2006 della Medaglia d'oro al valor civile per aver salvato ottocento ebrei durante la seconda guerra mondiale – ha celebrato nel novembre del 2012 la messa nella “sua” chiesa di San Michele.      E’ stato un dono, un omaggio da parte della comunità ecclesiale, per festeggiare i cento anni di vita di fratel Arturo ma è stato anche un evento che ha coronato la riconciliazione definitiva con la Chiesa, iniziata nel 2005 con il suo rientro in Italia. L'anno dopo l'arcivescovo di Lucca gli affidò la canonica di San Martino in Vignale, sulle colline intorno alla città, che da allora è diventata meta di amici e fedeli provenienti da ogni parte d'Italia per ascoltarlo.  Si rimarrebbe ore ad ascoltarlo.

Ha parola chiara, profonda, va dritta al cuore.  Con quella passione, la forza e l'invettiva di sempre, della sua visione del Cristianesimo non come teoria, ma come pratica di vita, il cui unico fine è “amorizzare” il mondo e non proteggere ricchi e potenti.

Sino all’ultimo non le manda a dire; non risparmia critiche, imputando alla Chiesa una magnificenza di apparati e manifestazioni a suo giudizio inutili e difendendo un'altra teologia «nata a Nazareth – dice – dalle mani callose di Gesù e non nelle accademie». Quella teologia da lui vissuta, corpo e anima, dentro le favelas e le città dell'America Latina, dove fu protagonista a fianco di chi lottò e morì per la libertà. E dove lui stesso fu condannato a morte dalla dittatura militare argentina, da cui riuscì a scappare rifugiandosi prima in Venezuela e poi in Brasile, dove rimase fino al rientro in Italia, poco più di dieci anni fa.

Ciò che la vita ci presenta è sempre dono per chi ha gli occhi della fede; spesso quello che noi viviamo non è quello che abbiamo immaginato.  Anche fratel Arturo, la sua vita di sacerdote, non l'aveva pensata così. L'allontanamento dall'Italia, infatti, gli fu imposto, anche se, ha sempre ammesso di vederlo come un privilegio che gli è stato concesso. «Sono felicissimo – diceva – della vita che non ho scelto». Lui – fattosi sacerdote nel 1940 «non pensando a un servizio di chiesa – confessa - ma per seguire un Cristo annunziatore di pace e di libertà tra tutti gli uomini» – sapeva benissimo quello che voleva fare: costruire la pace e seminare un po' d'amore, in nome della libertà e dell'uguaglianza, sempre dalla parte dei perseguitati, dei deboli, dei poveri.

Era un prete scomodo. Di quelli che poi tracciano scie di luce nella storia della chiesa, segnando il passo per molti assetati e affamati di Dio.

E alla Chiesa degli anni Cinquanta – divenuto nel frattempo vice assistente nazionale della Gioventù dell'Azione Cattolica – non poteva tacere quello che vedeva e non gli piaceva.

Sostenne, per esempio, che «la Chiesa sta perdendo le masse popolari, sempre più accusata di essere la protettrice di ricchi e potenti, di chi ha e non vogliono dare» e che «non è giusto morire di fame in una società dove c'è tanta gente che muore per il troppo mangiare» e ancora «sulla croce dell'economia capitalista è stato inchiodato il povero».

Così, nel 1954, per lui fu trovato un posto da cappellano sulle navi degli emigranti italiani diretti in Argentina. Sull’oceano, durante una traversata, fratel Arturo incrociò l'esperienza di un fratello della congregazione di Charles de Foucauld: decise di farla propria, andando nel deserto per quattordici mesi come novizio.

Mai, assolutamente mai nulla succede a caso!

Ed è come piccolo fratello che nel 1957 rientrò in Italia, per fondare, dopo aver lavorato anche come magazziniere in Algeria e aver aiutato i più poveri durante la guerra algerina, una comunità tra i minatori del Sulcis, in Sardegna.

Ancora alle autorità vaticane le sue prediche erano sgradite, così gli fu suggerito di lasciare definitivamente l'Italia. Era il 1959. Non è più tornato, fino al 2005. Ignorato e dimenticato dal suo Paese e dalla sua città per decenni, mentre lui combatteva, con l'unica arma dell'amore, contro le dittature dell'America Latina.

Il primo importante riconoscimento per fratel Arturo è arrivato da Israele che, nel 1999, gli ha concesso il titolo di Giusto tra le nazioni e ha inserito il suo nome nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Con altri sacerdoti nel 1940 fratel Arturo riuscì a mettere in salvo oltre ottocento ebrei dalle persecuzioni fasciste e naziste, nascondendoli nel seminario arcivescovile di Lucca.


Infine l’abbraccio col papa Francesco nel gennaio scorso.

E la contentezza riverberava dai suoi begli occhi lucenti, ricchi di vita, di fede e amore.