Visualizzazione post con etichetta carovane. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carovane. Mostra tutti i post

martedì 21 luglio 2015

un punto zero



Ho sempre pensato che fossero le risposte a rendere interessanti le persone. Così degne d’ascolto e attenzione.
Consideravo che più risposte si conoscessero più intelligenza, cultura e studio emergessero.  Ero convinto del fatto che più la persona fosse dotata di pareri e soluzioni, maggiore doveva essere la sua saggezza e il suo ingegno.

Mi sono ricreduto da quando sono padre.
Sono i bimbi che di continuo chiedono ai padri risposte certe e definitive a domande a volte anche incredibili.

Ritorno bimbo con mio figlio e ora coltivo più domande aperte che risposte definitive. Non riescono più a darmi soddisfazione opinioni travestite da certezze consolidate, verità dogmatiche inossidabili.
Non rinuncio a interrogarmi, a investigare ciò per cui credo valga la pena.  

In questi giorni ho ricevuto nei miei uffici i genitori di Giulia, una bimba d’una manciata di anni che, a detta della mamma “va in arresto cardiorespiratorio per niente”.
Giulia mi è descritta come una bimba “che c’é ma non si sente, la sua è una presenza che non passa inosservata, ma non respira perché al suo posto c’è un macchinario che dà l’ossigeno di cui ha bisogno, giorno e notte, non cammina”. …”ma c’è!” a quest’affermazione quasi gridata dal papà ci si ritrova a sorridere tutti e tre nel mio ufficio mentre porgo loro un caffè.

Mi raccontano di ospedali e cure, di pellegrinaggi e santuari, di medicina tradizionale e fiori di Bach.
Giulia non riesce a reggere nelle mani nulla, non riesce a fissarti con lo sguardo. Sembra non ci sia alcuna relazione. Eppure ogni tanto, quando meno te lo aspetti, alza il pollice e ti sorride con uno sguardo accattivante.  “Verrebbe voglia di mangiarla” sussurra il papà.
Con versetti ormai noti, impercettibili quasi ad orecchie estranee, Giulia sembra chiedere “tante grattatine lungo i fianchi e nella schiena” aggiunge la mamma.

Papà Carlo esprime un concetto bellissimo: “Giulia ci fa scendere le scale mentre noi avremmo voluto salirle”.

Già anche il fondo delle scale ha un senso e forse è da quello che occorre riandare, avere il coraggio di ripercorrere l’esistenza, il vivere quotidiano, dalla scala che porta alla cantina.

Quasi in contemporanea papà Carlo e mamma Gloria insistono su un punto: “Non siamo rassegnati, neanche minimamente masochisti della rinuncia, non abbiamo mai amato né desiderato la sofferenza… non ci accontentiamo di gioie fittizie.   E’ una gioia reale, abbiamo imparato a stare bene anche con Giulia, la nostra unica figlia”.
Riprende Carlo: “non sto dicendo che non sia uno scandalo, ma è uno scandalo che si chiama Giulia, con due occhi bellissimi e dei chiari capelli mossi …ed è mia figlia…”.

Ci sono stati attimi di commozione. E le mani di mamma Gloria accolgono quelle del suo compagno.
Poi riprende: “io mi metto davanti a Giulia e dico ma cazzo mi hai tolto tutto… non hai niente di quello che io volevo”.

Ritrovo in queste parole un punto di contatto profondo con quanto Simone Weil diceva a proposito del suo punto zero. Dove sei ridotto a cosa, spogliato di tutto, dove non conti nulla e sei uno zero assoluto, né ci sono segni di relazione che ti significano e danno vita e senso, né nudo e materiale contatto umano.  Quando tutte le attese sono deluse.  E’ lì che t’immobilizzi e forse pare di entrare in contatto con un’altra realtà. Un punto zero come luogo di pura contemplazione.

In fondo qualsiasi genitore per un figlio si aspetta tutto il meglio: che sia sano, che parli e cammini, che sia bello, che sia buono e intelligente,..
Invece nulla di tutto ciò: Giulia è arrivata e di tutto ciò non ha niente.

Gli abitanti del limite, gli abituali residenti del punto zero, senza neppure averlo scelto, riaprono domande, non pongono certezze.
Il punto di domanda apre al giorno per giorno, all’osservazione attenta e instancabile, a riflessioni anche ardite spalancando lo sguardo sull’orto della fede dove grazia e disgrazia s’intrecciano.
Tutte le teodicee del mondo, con le loro interpretazioni e ipotesi, Dio c’è/non c’è, punisce/non punisce, benedice/maledice s’inchinano alla misericordia con cui verremo abbracciati.

L’handicap non rivela né l’impotenza né la potenza di Dio; forse svela solo il limite dell’umano, di chi lo porta subendolo e di chi lo guarda.
Neppure può essere benaugurante la morte d’una bimba come Giulia, quasi grazia affrancatrice.
Io so solo che Gesù, la sola reazione che ha avuto davanti ad un bimbo morto, è stata che gli è venuto voglia di farlo resuscitare.

Se noi i miracoli non li sappiamo fare l’unica cosa che ci rimane, è il silenzio, la riscoperta della contemplazione. Aprirci alla preghiera muta, davanti al mistero.

Saluto papà Carlo e mamma Gloria e pur essendo la prima volta che ci incontriamo, nasce spontaneo un abbraccio che dice condivisione.


mercoledì 27 maggio 2015

Le ACLI: scommettere di nuovo nel qui ed ora



Sono anni che qualsiasi pensiero mi agita nel cuore, ogni lettura e incontro fatto, ogni evento che mi ha regalato emozioni forti lo annoto su fogli di carta volanti o su un’agendina che quasi sempre tengo nella tasca o nella borsa.   "Non bisogna essere perfetti per cominciare qualcosa di buono".  Recupero la citazione dell’abbè Pierre all’indomani della tre giorni romana; una tre giorni fitta e bella, piena e ricca di  suggestioni.
D’immagini e parole cariche di stimoli.

L’anniversario delle ACLI (un’associazione settantenne ma ancora spavalda e provocante come un’adolescente), festeggiato con il Papa in udienza con oltre settemila aclisti; la beatificazione del vescovo Oscar Romero, la gita a Roma e la visita al Colosseo con mio figlio e mia moglie.  Le parole del Papa, le esperienze proposte insieme alla narrazione della storia delle ACLI, la vita e la morte di monsignor Romero, la festa di popolo, i canti…

Considero la fortuna, la grazia di vivere questi momenti; di respirare una storia bella, fatta di persone che l’hanno attraversata lasciando cose buone, proposte audaci, granelli di bene.

Considero grazia e fortuna avere incontrato le ACLI; mi ritrovo nei gesti e nel pensiero che accompagna da settant’anni il cammino di generazioni di donne e uomini che hanno seminato speranza, che hanno contribuito a vivere con e nella giustizia, confidando nel Signore e abbeverandosi alla grazia della fede.

Non nascondo la piccolezza, a volte la meschinità di chi abita la storia, omuncoli e faccendieri ne sembrano i padroni (ma mi pare che ciò sveli ancor di più la presenza, umile e rispettosa, di Dio).

Trattengo un pensiero imbastito nell’aula Paolo VI in Vaticano, sollecitato da non ricordo quale immagine o parola catturata.

Vi sono volte in cui il desiderare di far bene ciò che si fa è passione, è piacere, soddisfazione intima e piena. Alcune volte è boria e pretesa, più una sfida con sé stessi, forse per dare prova di qualcosa, a sè o agli altri, all’intero universo e a Dio stesso.   E genera affanno.

Così al primo segnale di ansia, col tempo, ho imparato a ridurre la velocità.  È un avvisaglia precisa, nitida; mi dice che sto correndo troppo, che sto chiedendo troppo. Così rallento sino a fermarmi avendo ben chiaro che se la pretesa della perfezione, quest’ansia di prestazione  mi aggredisce allora non è più un piacere fare quel che faccio, immergermi nella concretezza del vivere. Diventa un modo per difendermi dalla paura di fallire e di sentirmi/mostrarmi  fragile. 

Allora penso che il perfezionismo sia l’avversario della concretezza, di quell' arte attraverso cui a volte riesco a districare i miei grovigli, a trasformare i miei pensieri in oggetti, a creare dal nulla trasferendo su un foglio un mio pensiero, una mia emozione.  A dedicarmi in modo disinteressato, quasi distaccandomi da me e rivolgendo ascolto e attenzione agli altri.

La perfezione è l’ opposto di quell’energia divina che abita in ciascuno di noi,  come lo sconforto, la resa e la scetticismo. Sono le due facce della stessa medaglia. Dapprima ci si gonfia, ci si esalta, si vede solo se stessi, poi arriva l’ansia con i suoi capogiri che stordendoti fanno cadere giù, deprimendoti, facendoti sentire un fallito, un incapace che mai riuscirà a fare qualcosa di buono.

Capita di sentirsi dei buoni a nulla e degli inetti: fa parte di quella fragilità che a volte ci spaventa così tanto, al punto da opprimerci.

Occorre temere invece quello strano appagamento che avvolge, senza che se ne sia consapevoli, in cui si crede di aver capito tutto e poter spiegare ogni cosa  articolando ragionamenti, argomentando e pensando di continuo.

Ma ogni cosa rimane lì.  Non le tocchi nemmeno.  Così attaccati da quel nemico dalle  due facce, si diventa tuttologi, onniscienti; pronti a distribuire critiche, colpe e croci. Gli altri sbagliano sempre e se le cose dipendessero da te tutto sarebbe migliore, perfetto.

E tutto rimane ancora lì.

Se non scatta in ciascuno anche un barlume di concretezza si deve temere. Agire, spingersi e rallentare... far qualcosa di buono, riconoscere di poter fallire e accettare di sbagliare… sentirsi piccoli e fragili e malgrado ciò continuare ad osare, a crederci, a sentirsi grandi: due facce della stessa medaglia, ma che non si combattono più, che accettano di camminare insieme.
Col tempo ho riconosciuto che la concretezza è un faticoso equilibrio. Si deve imparare ad utilizzare le proprie ansie per rallentare, non per accelerare, riconoscere ed utilizzare i propri errori per imparare e non per punirsi,  impiegare i momenti di fatica per riconoscere di avere bisogno di un aiuto e non per scoraggiarsi. 

Allora si intuisce che si può ricominciare.

Con umiltà e coraggio riconoscere che lo spirito, l'energia divina in noi, cammina sulle increspature dell'imperfezione, tra le pieghe dei nostri limiti e si incarna in maniera delicata ed opportuna ogni volta che, nella distanza tra il dire e il fare, abbiamo l'audacia e la baldanza di ricominciare. 

Anche questa è  parte della storia delle ACLI, è parte di un cammino di fede di uomini tra gli uomini, è quello  che mi ha detto il Papa, o così mi è sembrato di capire.

Ed è in mezzo all’esaltazione di credere di poter fare tutto e l’ansia di avvertirsi incapaci, si muove l’equilibrio della concretezza: che non ci chiede di essere perfetti, quasi enti completi e realizzati, ma di rimetterci in gioco scrutando i segni dei tempi e interpretandoli alla luce della Parola.

Di  scommettere di nuovo  nel qui ed ora.
Utilizza le tue ansie
per rallentare,
i tuoi errori per
imparare e i tuoi
momenti di fatica per
chiedere una mano

venerdì 19 dicembre 2014

Inseguendo la cometa



Ogni cosa passa vorticosamente. Anche questo natale passerà via consumato in modo frenetico.

Le magre tredicesime assottigliate già sul nascere da tasse e mutui, in questa crisi economica che azzanna e brucia posti di lavoro e speranze, attenua ma non spegne il solito consumismo di queste feste ancora piene di perline colorate e babbinatali illuminati.

Questa lunga recessione economica non cambia quello sguardo d’indifferenza cui sembra destinato ormai il mistero della nascita di Gesù Cristo che rimane questione stinta nel tempo; così distante, così irrilevante e priva di significato nel vivere di tutti.

Certo di fronte al presepio si riaccendono forse barlumi di nostalgia, reminiscenze legate a vicende e volti del passato: genitori e parenti ormai scomparsi, la magia dell’attesa, i profumi dei giorni di festa, le tavole imbandite…

Per chi ha figli piccoli e nipoti l’incantesimo di natale si ravviva melanconico.

Nei più l’immaginario di quella mangiatoia nella grotta, di quel bambinello evocano appena fugaci e fragili sentimenti di bontà a buon mercato.

Il consumismo ha fagocitato ogni cosa, natale compreso, festa usa e getta.

Ma allora non era il consumismo ad uccidere la memoria del natale cristiano: denaro, potere e lussuria sono conseguenze e non cause.

Questa celebrazione e memoria della nascita sembra non abbia realtà e spessore nel vivere: non ci tocca né ci coinvolge.

Non sorprende come stupì pastori e re magi che si misero in cammino per cercare quel che accadde in quella notte illuminata da una grande cometa.

Un evento grande, capace di stravolgere l’umanità.

Mi convinco che Cristo non è storia di ieri.

E poi che me ne farei d’un avvenimento come di una tesi seppure ardita, d’una idea, un mito cui rifarsi per stabilire un fondamento al vivere?

La tentazione presente è l’inclinazione a ritrarsi, quasi a soffocare ogni speranza. A ridurre tutto ad un affare che si corrode celere, che lascia traccia appena e poi svanisca, si smorzi come le luminarie appese ai fantocci natalizi. Lasciando in bocca un sapore amaro.

Eppure il cuore dice che non c’è nostalgia o idea che possa umanamente vincere la tentazione d’annichilimento e cinismo.
Il cuore pulsa ancora davanti a qualcosa di reale che si vede e si tocca.
E allora l’intuizione di mantenere viva la speranza passa attraverso la scommessa di dare credito alla luce della cometa che nella notte di duemila anni fa illuminò il mondo accendendo il cuore degli uomini.
E seguire quella stella, in compagnia di uomini e donne mossi dalla curiosità e dalla speranza, può già voler dire sottrarsi al buio che ci circonda, allontanarci dal cinismo che imperversa.

Può voler dire scommettere su quel qualcuno che ha acceso la nostra fede....sperimentando, qui ed ora, un vivere in pienezza e gioia.

venerdì 19 settembre 2014

Peter Pan




C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino che era nato e cresciuto in un piccolo paesino dal nome impronunciabile che sembra quello di una formula magica Ruszkabanya-Krassòszoreny. Un piccolo borgo circondato da boschi e dolci montagne dove il piccolo Peter viveva con la sua mamma.  

Il villaggio a quel tempo era nell’impero austro-ungarico oggi ha un altro nome, Rusca Montana, e si trova in Romania.  

Peter, nato il 21 agosto 1897, diventa un giovanotto e viene arruolato al 30° Reggimento fanteria Honved, 7° compagnia, spedito al fronte. 

C’era la guerra, quella Grande Guerra, quella grande inutile strage che ha irrorato di sangue l’Europa sui monti e nelle trincee.
Ho girato per i monti della memoria finendo sul Monte Grappa, nell’Ossario di Guerra dove vi sono i resti di dodicimilaseicentoquindici soldati.

Nella parte esposta a nord, c’è il cimitero Austro-Ungarico ed è qui che ora si trovano i resti del soldato Peter, Peter Pan.  La sua casa è una lapide, la numero 107.  

Qui, nella casa del soldato Peter Pan, da quasi ottant’anni mani ignote posano ogni giorno fiorellini di campo, piccoli sassi e conchiglie. E ancora questa magia continua; non si sa chi sia a portare quei piccoli doni che ogni mattina zelanti custodi dell'ossario portano via: infatti, non vi sono fiori per rispettare l'eguaglianza di tutti i caduti.

Non c’era Trilly a salvare Peter Pan che muore a ventun anni straziato da una granata  il 19 settembre 1918 a Col Caprile. Carne da macello. Morto senza eroismo. Quel tardo pomeriggio, quando il silenzio della morte sovrasta tra i monti, i barellieri della Croce rossa raccolsero il suo corpo e quello di cinque commilitoni.

Pare che nelle sue tasche abbiano trovato una conchiglia, un pezzetto di marmo bianco e un fiore seccato.

Mi sono commosso e dalle mani ho fatto scivolare alcuni fiorellini sulla lapide 107.
                                                                                                             

“Le stelle, per quanto meravigliose, non possono in alcun modo immischiarsi nelle faccende umane, ma devono limitarsi a guardare in eterno. È una punizione che si è abbattuta su di loro così tanto tempo fa che nessuna stella ne ricorda il motivo. E così quelle più anziane sono diventate cieche e taciturne (le stelle comunicano tra loro ammiccando con gli occhi), ma quelle più giovani si meravigliano ancora di tutto” (Le avventure di Peter Pan, James Matthew Barrie).

                     


giovedì 5 giugno 2014

il sole infranto

Ricordo d’aver letto, anni fa, una storia che per la sua semplicità e profondità mi aveva offerto innumerevoli spunti di riflessione.



Un giorno il sole, per non si sa quale motivo, si frantumò in una miriade di pezzi che caddero tutti sulla terra e si sparsero in una grande valle incuneata da alte montagne e coperta da una fitta vegetazione.

Presto il buio coprì la terra, mentre il freddo l’attraversava impietoso e ovunque la vegetazione iniziò a soffrire.

Gli uomini, impauriti e sfiduciati, presero a fare le ipotesi più disparate e profeti di sventura calarono da ogni luogo seminando terrore e additando le cause chi ad un particolare popolo, chi ad alcuni stranieri, chi a malefici di donne terribili, …

Intanto gli uomini, di giorno e di notte senza sosta, presero a tagliare alti alberi e ad accendere giganteschi falò per avere luce e calore.

Un uomo saggio che viveva tra i boschi nella valle dove erano caduti i frammenti di sole e che ancora sprigionavano tenue luci, non si perse d’animo e iniziò a raccoglierli.

Presto si rese conto di non essere in grado, da solo, di trovare e riunire i frammenti così si decise di andare nei villaggi e nelle città per comunicare che lui sapeva dove i frammenti del sole erano caduti.  Voleva convincere le genti che incontrava che trovando quei frammenti e unendoli forse il sole sarebbe ritornato e avrebbe riportato luce e calore. Voleva portare speranza in un crescendo di disperazione, di freddo e buio. “che cosa abbiamo da perdere?” chiedeva.

Tra l'ostilità e la derisione furono molto pochi quelli che accolsero la sua proposta.

Ci vollero due anni prima che quel gruppo di uomini e donne guidati da quel saggio riuscissero a ricomporre i frammenti del sole.

Poi un giorno il sole tornò alto nel cielo e sin da subito sparse luce e tepore sciogliendo il gelo e illuminando ovunque la terra.



Siamo portati a rincorrere bagliori fugaci, veloci lampi che appaiono nel nostro tempo.



Il sole, ferito e oscurato, a volte rimane assente dalla nostra giornata e non scalda il cuore, non illumina i nostri passi.



C’affidiamo, impauriti e sfiduciati, ad accendere falò per rendere meno buio e freddo il nostro vivere.  Ci consoliamo ai tenui bagliori di luci artificiali aggrappandoci gli uni agli altri per respingere la paura, mentre profeti e ciarlatani seducono e urlano.



Son pochi coloro che cercano brandelli di senso per non soccombere.



Pochi sono gli uomini che ostinatamente cercano di recuperare, nel buio d’una lunga notte, frammenti di sole tenendo viva la speranza di ricomporlo e così ridare orientamento al vivere e regalare calore ai giorni.












martedì 2 luglio 2013

canta e cammina

Ho percorso in auto un tratto della strada francigena per arrivare al mio buen retiro.  Un paio di uomini, zaino in spalla e sacco a pelo mi hanno catturato lo sguardo, riaccendendo il ricordo di vagabondaggi giovanili. 

Gli ingredienti per mettersi in cammino sono vari: coraggio mescolato ad incoscienza, senso dell'avventura, inquietudine...

Così si procede su strade poco battute, ci si attarda con lo sguardo a scrutare nuovi paesaggi. Si spera in un tempo clemente. Ci si ìnoltra per vie impervie, affidandosi a segnaletiche dubbie. Si superano ostacoli, il cuore si dilata e si vive un tempo intriso di precarietà.

La sosta è in ripari di fortuna, o alla meglio in dormitori attrezzati e poi, ritemprati, si affronta di nuovo il viaggio. 

Sulla strada. 
Non si è semplici nomadi senza mete, senza qualcuno che attende. Sulla strada si è spinti, chiamati sino a cogliere ad ogni passo la consapevolezza di esseri inquieti.

Desiderosi d’oltre e d’a(A)ltro, dal cuore insaziabile, dallo sguardo in perenne ricerca d’orizzonti nuovi da scrutare, indaffarati a lenire nostalgie d’assoluto.

Da sempre, pellegrini e vagabondi hanno percorso sotto lo stesso cielo strade aperte all’incontro con se stessi, con la trascendenza, con altri erranti. Esseri inquieti hanno cercato; e come non considerare il cercare una categoria dello spirito? L’uomo sazio, tronfio di se' ritiene di avere già tutto…anche Dio.  

 Il viaggio come ricerca è una nobile espressione di un cammino spirituale, di un percorso che parte da una lucida e profonda insoddisfazione di se’  e apre alla possibilità di un’esistenza più piena, più autentica, più sensata. Certo più rischiosa, più incerta e insicura. Ricerca della verità, ricerca d'assoluto, ricerca di felicità,...

Si sta allentando quella tensione che porta la nostra gioventù ad intraprendere viaggi alla scoperta di se’, pellegrinaggi su strade della sorgente di vita, viaggi d’iniziazione umana (cristiana, spirituale).

C’è un indebolirsi della figura di Siddartha, le nostre fibre si sono arrese alla mediocrità di viaggi  super organizzati, cellulari satellitari e iPhone, infarciti di spiritualità usa e getta propinata da sacerdoti e teologi à la page e azzimati.

Quell’On the road di Kerouac rimane opera letteraria emblematica d’una generazione ormai sepolta.   

Eppure il rinnovarsi del nostro tempo avviene ancora attraverso il cammino, fatto a piedi, gravido d’avventure e incontri imprevisti, generante audacia e speranza, ravvivante la fiducia nell’uomo. 

On the road, a piedi, in autobus, in autostop; permette d’osservare, ascoltare, scoprire, sostare, conoscere, contemplare.

Tra le pagine dei Vangeli scopriamo che Gesù vive prevalentemente on the road, si fa compagno di strada,  addirittura identificandosi con la strada (“..io sono la via..”  Gv.14, 1-6) e dopo di lui e prima di lui donne e uomini inquieti e curiosi, dal cuore insoddisfatto eppure pieno di domande, si sono incamminati sotto questo cielo incontro al destino del viaggio indossando calzari e tuniche comode, bisacce leggere.  

 Da Occidente ad Oriente il cammino come ricerca, il pellegrinaggio, si esprime come l’attraversamento, nel tempo e nello spazio, verso le mete intraviste come patria del cuore, come viaggio verso il centro dell’esistenza, al proprio cuore, luogo dell’incontro per eccellenza.

Come sanno i viandanti sotto questo cielo, come è scritto nelle pagine dei Racconti di un pellegrino russo in semplicità, in povertà, in sobrietà s’impara che la vita (anche la vita cristiana) è dinamismo e slancio continuo, facendo posto all’imprevisto, all’incognita, all’estraneo, al diverso. 
Mettendo in conto l'abbandono di categorie recanti assolute certezze, dogmi inossidabili.

E poi…s’impara a cantare: “Canta come cantano i viandanti, senza però interrompere il cammino. Canta per consolarti nella fatica ma non fermarti ai bordi della strada: canta e cammina…canta con la voce, canta con il cuore, canta con la bocca, canta con la tua vita. Sii tu quel canto che vuoi cantare: se la tua vita è nuova , tu sarai il canto di Dio” (Agostino, Serm. 256).

sabato 10 novembre 2012

Le tre R: Relazioni - Riposo - Risorto

Il business è l'unica legge osservata. La vulgata di questo tempo triste.
Negli ultimi anni s'è imposto un costume nuovo. Certo con gradualità, non in modo sfacciato. Impegnare il giorno di festa, specialmente la domenica, per gli acquisti nei negozi e nei centri commerciali. Ci hanno inoculato un refrain subdolo e falso: lavorare è necessario per uscire dalla crisi. Per cui si deve lavorare nei giorni di festa e di notte. Nel 2011 è avvenuto un fatto nuovo: il primo maggio, la festa del lavoro e per antonomasia giorno di riposo dei lavoratori, ha subito la pressione mediatica e interessata perchè fosse giorno lavorativo. La manfrina usata: la crisi, l'inopportunità di un giorno festivo, la montatura dei tanti e troppi giorni di non lavoro,..
La sacra alleanza tra la grande distribuzione e le imprese commerciali ha stabilito questa legge; il suo vero nome è ricatto. Gli inizi dell'anno in corso coincidono col decreto Salvaitalia (?!) che liberalizza le aperture dei negozi e centri commerciali ventiquattro ore al giorno su ventiquattro, sette giorni su sette la settimana. Certo non si tratta di obbligo ma di sola possibilità.
Si tratta di un fatto nuovo, di natura prima di tutto culturale che intacca il tabù per cui il bene dei consumatori coincide con la massima apertura degli orari dei negozi e centri commerciali. Gli affari sono affari; gli incassi della domenica della grande distribuzione sarebbero inferiori solo a quelli realizzati il sabato. Nessuno scrupolo nei confronti dei lavoratori, delle loro famiglie, dei negozi di vicinato che abbassano le saracinesche per via di una concorrenza spietata e impari, le altre attività diverse dalla compravendita delle merci,..

Ben venga allora l'iniziativa  che parte dalla diocesi di Padova  e raccontata sulle pagine di la Repubblica di oggi a firma di Michele Smargiassi. Cercasi disperatamente vescovi e preti e laici non passivi e coraggiosi.

“Rinunciate allo shopping domenicale” Il vescovo di Padova lancia la crociata
di Michele Smargiassi                   in “la Repubblica” del 10 novembre 2012

PADOVA, parrocchia del Buon Pastore, quartiere Arcella, zona difficile. In canonica Rita, catechista con grinta, fotocopia i “moduli di boicottaggio” da far firmare ai parrocchiani, domenica prossima, all’uscita da messa. C’è scritto: «Mi impegno a non andare a fare la spesa di domenica, per non sostenere con i miei consumi l’apertura dei centri commerciali nei giorni festivi». Scusa  Rita, e se mi manca il burro? «Bussa alla porta del vicino. Così magari ti fai anche un amico».
La sfida è partita. Un’intera diocesi, una delle più grandi d’Italia e forse la più solida, quella di  Padova, la città del Santo, si mette in marcia contro il furto del giorno del Signore. Con la  benedizione del vescovo Antonio Mattiazzo. E senza timore di usare quella parola così forte:  boicottaggio. Sette mesi di campagna all’insegna delle «tre R: Relazioni, Riposo, Risorto», tutte le  parrocchie e le associazioni mobilitate.
Non è più la solita predica. Fin dal Vaticano Secondo la protesta della Chiesa contro il lavoro  domenicale non necessario è severa, non c’è Papa che non l’abbia ribadita dal più alto soglio, ma  questa volta si passa dalle parole anche illustri ai fatti, minuti e probabilmente efficaci. La raccolta  di impegni individuali firmati di boicottaggio è solo il primo. Poi le parrocchie compileranno “liste bianche” di negozi che rispettano la festa, le affiggeranno sui sagrati, le pubblicheranno nei bollettini, le contrassegneranno con adesivi da esporre in vetrina invitando i fedeli a fare spesa solo lì. Poi le cattedrali della fede beffeggeranno le cattedrali del consumo esponendo sulla facciata lo striscione polemico: “Questa chiesa è aperta anche alla domenica”. Poi i giornali diocesani, con un certo sacrificio economico, rifiuteranno inserzioni pubblicitarie di negozi che non rispettano il riposo domenicale. «La cosa più difficile sarà convincere il rettore del santuario di Sant’Antonio a  chiudere il negozio di souvenir alla domenica, ma se non diamo noi il buon esempio... », sorride padre Adriano Sella sulla soglia della cappellina di san Giuseppe Lavoratore, in piena zona  industriale.
Ex missionario in Brasile, tornato in Veneto perché «ormai la terra di missione è qui», direttore  della “Commissione diocesana per i nuovi stili di vita”, padre Adriano è l’uomo che ha ideato e  coordina la mite ma decisa offensiva. «Non è una crociata contro i supermercati. È la riscoperta del valore del tempo del riposo, della famiglia, delle relazioni umane. La domenica non è l’ultimo  giorno del weekend, e non è neanche soltanto il giorno del Signore, anche noi, Chiesa, dobbiamo evitare di riempirla di riti e cerimonie. Il giorno senza lavoro è una necessità primordiale,  antropologica dell’uomo, non solo un comandamento del credente. Il riposo infrasettimanale non  compensa nulla, perché ciascuno ha un giorno diverso e non ci si incontra più: mentre la domenica è  della comunità, è di tutti ed è assieme», spiega mentre guida sulle strade della provincia a distribuire  il vedemecum di 24 pagine con le istruzioni dettagliate per la campagna e a incoraggiare le sue  truppe disarmate.   Nell’anno 304 ad Abitène, oggi in Tunisia, 304 cristiani affrontarono il martirio al grido di «senza  domenica non possiamo vivere!». Ai boicottatori dello shopping, padre Adriano chiede molto meno  sacrificio ma più fantasia. E la trova. A Due Carrare Caterina, responsabile del patronato di San  Giorgio, ha coinvolto l’amica professoressa Anna Chiara, e domenica si porta tutto il paese a  passeggio tra le sconosciute memorie storiche della zona, l’abbazia di Santo Stefano, il ponte    
romano, la villa veneziana: «La gente scappa nei centri commerciali perché ha paura del vuoto della
domenica. Bisogna offrire alternative ». A Cazzago Gianni Simonato, tecnico informatico, sta ridipingendo il vecchio circolo Acli: «Offriremo il caffè dopo la messa, per continuare a stare  insieme », come si fa in certe chiese anglicane. In sala biliardi un monitor sempre acceso pubblicizza il boicottaggio. Qui la minaccia è seria, si chiama Veneto City, progetto di megacentro commerciale in piena campagna, «già adesso la domenica il paese si svuota, vanno tutti a Padova o  a Mestre a fare spese, figuriamoci dopo». A Maserà, nella sua curiosa chiesa-pagoda, don Francesco  Fabris è preoccupato: «Vengono le mamme commesse di negozio a chiedermi aiuto, “fate qualcosa  voi, il sindacato ha già firmato l’accordo per il lavoro domenicale”, cosa posso fare per queste  persone?». Il 4 marzo scorso a Padova le commesse sfilarono per strada con il codice a barre  appuntato sui grembiuli per dire “la domenica non ha prezzo”. Bene, don Francesco farà qualcosa:  domenica 18 metterà una tenda davanti alla chiesa per pubblicizzare il boicottaggio. Antonio fa il
cassiere in un ipermercato di un grosso centro della provincia, «tre domeniche al mese obbligatorie, sto per sposarmi, penso ai miei figli: potrò stare con loro solo un giorno al mese?», allora ha organizzato un boicottaggio privato e controllato: ha imposto a parenti e amici di non farsi vedere da lui in negozio alla domenica, «qualcuno poi passa lo stesso, arrossisce e mi chiede scusa... ».  Battaglia difficile, Rita la catechista lo sa. «Vanno a fare shopping perché così anche la domenica  possono evitare di parlare con altri esseri umani: parlano solo con le scatolette di pomodoro». Don Vlastio, il suo parroco, cerca di contenerla un po’: «Non dobbiamo colpevolizzare nessuno... ». Ma  a sorpresa, la campagna che sta per partire conta già un convertito eccellente, nientemeno che il  comandante del campo avverso, il presidente dell’Ascom di Padova Fernando Zilio, lui che per un anno ha bisticciato sui giornali locali con il vescovo proprio per le aperture domenicali, ma che si è ricreduto quando, con le liberalizzazioni del governo Monti, ha visto la potenza di fuoco delle grandi catene dell’“aperto ogni domenica!” abbattersi disastrosamente sul fatturato dei suoi “piccoli”, i negozi a conduzione familiare: «Aveva ragione monsignor Mattiazzo, ha visto più avanti di me. Qualche negozio nei centri storici, per il turismo, può anche aprire alla domenica, ma questo sistema non è giusto, e forse non rende neppure». Padre Adriano si attende molti altri folgorati sulla via dello shopping.