mercoledì 18 settembre 2013

svelare le mistificazioni e le menzogne



 Il dibattito sui temi etici riaffiora a tratti con toni prepotenti e frasari volgari.  Fino a connotarsi di asprezze ideologiche, nascondendo a mio parere, un vuoto culturale, l’ottusità nel non voler cercare di leggere il tempo attuale, l’insipienza di una classe politica che trova funzionale strizzare l’occhiolino ad una chiesa arroccata sulle difensive di presunte e intoccabili verità assolute. Per poi cadere nel patetico quando inalbera vessilli di “valori non negoziabili”.   Alte vibrano le voci a difesa della famiglia tradizionale, naturale e cristiana.  Al vuoto mi sottraggo andando ad alimentare la mia ricerca di fede e di prassi, e non volendo smorzare la mia curiosità intellettuale, alle riflessioni di uomini e donne che hanno saputo fare della loro vita una testimonianza di ricerca e di tensione.  Così mi ritrovo a rileggere le considerazioni di Balducci fatte nel 1974 (in occasione della legge sul divorzio) presso la comunità dell’Isolotto di Firenze. Le rileggo, proponendole nel mio blog, non sottraendomi all’emozione di avere davanti pagine profonde e lucide, anticipatrici. Attuali perché generano, rimandano alla ricerca di un oltre, di un superamento, ciò che lui definiva “il mio esodo perenne”.    DDV

di Ernesto Balducci

Svelare le mistificazioni e le menzogne.
A mio modo di vedere, è bene affrontare il referendum traendone tutti i vantaggi possibili, una volta che una certa parte ne ha messo in moto la macchina e nonostante che esso, con tutta evidenza, voglia coprire una manovra con obbiettivi reazionari.
Credo che il primo vantaggio sia proprio quello di convocare le masse ed in specie le comunità cristiane, come qui, stasera, ad affrontare in modo critico questo come altri problemi in cui rimane inceppata, per mancanza di consapevolezza, la nostra crescita sociale. Affrontare questi problemi, per svelare tutte le mistificazioni, le menzogne, concretizzate e dissimulate all’interno di certi principi suggestivi.

Parlando da cristiano a gente che in gran parte si ritiene tale, ci tengo a dire che il momento che stiamo vivendo è proprio il momento in cui dobbiamo abbattere (noi ne siamo i primi responsabili) quella che chiamerei l’ideologia cattolica, come ideologia di copertura del mondo borghese, il quale mondo borghese trova vantaggio nel coprire i suoi obbiettivi di conservazione sociale con dei valori cosiddetti cristiani che hanno ancora una grandissima forza di suggestione nelle coscienze.
La difesa della famiglia cristiana è un aspetto dell’ideologia cattolica che, molto di più di quanto potremmo pensare,  nasconde la volontà di conservare un certo tipo di società e un certo tipo di sistema di rapporti di proprietà. Alzare quindi questo velo è in un sol momento recuperare la possibilità di un rapporto più vivace, più liberatorio col Vangelo e smascherare le reali intenzioni della classe dominante. Così quando i nostri vescovi hanno creduto di dover convocare i cattolici a una battaglia, la battaglia della indissolubilità giuridica del matrimonio in Italia, hanno fatto riferimento a un modello cristiano della famiglia e certo un tale riferimento non può non avere risonanza nella coscienza di una larga parte del popolo italiano, anche di quella che politicamente ha fatto delle scelte dissenzienti nei confronti della chiesa.

Non esiste un modello cristiano di famiglia
Che cosa si nasconde, però, dietro questo cosiddetto modello cristiano della famiglia? E’ lecito attribuire al messaggio cristiano un modello di famiglia quale quello che abbiamo ereditato dal passato e che ancora sopravvive? Ecco, la risposta è subito NO. Si tratta appunto di una menzogna, non di quelle architettate da chi sa quale mal intenzionato, ma di quelle menzogne che nascono per una specie di escrescenza storica progressiva, sulla spinta di altre ragioni che non sono di tipo ideale, ma pratico.
Non esiste la “famiglia cristiana”, essa è appunto un falso valore. Io vorrei mostrarvi come liberandoci da questa falsificazione, ricercando anche le ragioni per cui essa è nata e si è fatta valere e riferendoci con coscienza liberata alle esigenze evangeliche, noi ci mettiamo in movimento tra le forze che mirano a far crescere la nostra società e liberarla anche da altre schiavitù.
Che cosa intendiamo quando si parla di modello cristiano della famiglia? Noi possiamo riferirci o al particolare ordinamento giuridico della famiglia, quello che è stato elaborato lungo i secoli dalla chiesa cattolica, oppure ad un particolare concetto etico, morale della famiglia, che, anche indipendentemente dall’ordinamento giuridico-canonico, si è fatto valere da parte della società italiana. Per cui si dice che la famiglia tipica italiana è una famiglia di formazione cristiana.
Ora, spieghiamoci su questo punto. Intanto sta di fatto che quando noi parliamo della famiglia secondo l’ordinamento canonico, quello che per adesso rimane in prima gestione della Sacra Rota e dei Tribunali diocesani, noi non dobbiamo affatto ritenere che si tratti della traduzione giuridica di un ideale evangelico. Si tratta invece di una creazione storica, precisamente databile, di cui è responsabile la chiesa cattolica.
I primi cattolici non avevano un ordinamento giuridico proprio della famiglia. Essi vivevano la vita di famiglia, ed anche diremmo istitutivi, secondo il costume del tempo. Non c’era, per dir così, il matrimonio in chiesa; non c’era una anagrafe o un tribunale ecclesiastico  per i matrimoni, non c’era il prete, al matrimonio. I cattolici si sposavano come tutti gli altri. Non sentivano alcun bisogno di dare al loro matrimonio un ordinamento giuridico particolare all’interno del generale ordinamento giuridico della società in cui vivevano, specialmente in quella romana.
Ad esempio, là dove erano le famiglie a stabilire il matrimonio dei figli, i primi cristiani facevano come gli altri: il padre di famiglia destinava alla figlia un dato marito, d’accordo con la famiglia del promesso sposo, senza che i due interessati potessero aggiungere nulla, perché questo era il costume.
Inutile quindi andare a cercare nei primi cristiani un modello di “famiglia cristiana”. Così, per quanto riguarda il modello etico della famiglia, non esiste un concetto etico specificamente cristiano, nei primi secoli. C’è una visione, se vogliamo, di fede, teologale, cioè legata al riferimento a Cristo. Non esiste però un ideale di famiglia con particolari contenuti morali. La prassi familiare si modellava sul costume morale del tempo. Anche se è chiaro che il cristianesimo impose un rigore morale, un rifiuto di certe forme di depravazione, una condanna di certe degenerazioni; però non disse cose diverse da quelle che poteva dire l’etica degli stoici o dei pitagorici. Quindi il cristianesimo non si presenta con una sua etica familiare formulata nei primi tempi.

Come nasce il concetto di modello cristiano della famiglia
Solo quando la chiesa, dopo Costantino e precisamente con Giustiniano, acquista una responsabilità di tipo sociale, per cui tutti i momenti della vita sociale vengono gestiti dal clero, incomincia a formarsi un ordinamento matrimoniale cristiano che, come vedremo, si è poi accresciuto, si è arricchito, si è accreditato in ogni modo fino a trovare il suo sigillo nel Concilio di Trento e a diventare anche un modello di ispirazione per molti ordinamenti giuridici civili. Il codice napoleonico fu in gran parte tributario di questa tradizione giuridica della chiesa medioevale.
Tuttavia ci domandiamo se il matrimonio cosiddetto cristiano ha veramente obbedito alle esigenze evangeliche o non piuttosto alle esigenze della società del tempo. La risposta è chiara: la cosiddetta famiglia cristiana, con tutti i connotati giuridici ritrovabili nel codice canonico, con tutti i connotati etici ritrovabili nel costume esemplare, è un prodotto storico e, come tale, relativo.
Per cui io non riesco a capire, proprio dal punto di vista diremo dell’individuazione culturale, che significhi difendere in una società pluralistica un modello cristiano di famiglia, perché non so quale sia questo modello, perché non si dà un modello proprio del cristiano.
La famiglia cristiana, se noi la conserviamo come prodotto storico ereditario, nasconde invece in sé particolari pregiudizi, particolari difformazioni, particolari rapporti sociali legati allo sfruttamento che sono tutti da rifiutare.

Caratteristiche storiche delle famiglia cristiana da considerare superate.
 Quali sono queste caratteristiche storiche da considerare superate? Innanzitutto è chiaro che l’unità della famiglia cristiana usufruiva di un dato economico, era l’unità patrimoniale. Il padre di famiglia era l’unico responsabile del patrimonio familiare, era lui l’unica figura economica della famiglia. E quindi l’unità della famiglia, anziché essere il prodotto della scelta cosciente dei coniugi, era un portato fatale dell’indivisibile unità patrimoniale. Che cosa avrebbe potuto fare una buona donna cristiana, si fa per dire, di ceto povero, se avesse  avuto mille motivi per lasciare il marito: andare a morire di fame o essere rifiutata dalla società abbiente come donna deplorevole, di cattivi costumi, ecc. La donna era legata a questo giogo dell’indissolubile monarchia economica del padre di famiglia.
A reggere l’indissolubilità della famiglia, oltre a questa ragione economica, esisteva un ambiente cosiddetto monoculturale, cioè a cultura unica, per cui tutti gli elementi culturali dell’ambiente spingevano a ricercare la propria identità nella famiglia di appartenenza.
Una donna non aveva un suo mondo culturale. I figli non avevano un mondo culturale autonomo. Non c’erano spazi diversi per l’esperienza di vita. La famiglia rappresentava il luogo normale e continuativo della esperienza culturale. L’unità quindi si manteneva perché mancavano forze centrifughe , aperture di orizzonti diversi per i componenti della famiglia. Pensate, ad esempio, al legame quasi fatale fra il lavoro del padre e del figlio
In terzo luogo c’era la subordinazione della donna all’autorità maritale, che era una norma assoluta. L’attività pastorale della chiesa ha in questo una specifica responsabilità, perché il modello che si forniva alla donna era un modello di subordinazione al marito. La “donna cristiana” è quella che dice sempre di sì al marito, che non ha in nessun campo iniziativa propria, le cui virtù sono tutte una garanzia alla tirannide maschile e i cui compensi mistificanti sono l’essere l’angelo del focolare.
Perfino San Paolo porta riflessi della condizione sociale della donna dei suoi tempi, quando dice che la donna deve essere sottoposta al marito, o deve coprirsi il capo quando entra in assemblea perché il capo della donna è l’uomo.  San Paolo non rivela niente che abbia rapporto con la liberazione portata da Gesù Cristo Assume norme di comportamento proprie della società ebraica. Ma noi dobbiamo sapere che la fedeltà alla parola di Dio non è fedeltà ai modelli sociologici del comportamento, legati ad una certa fase dello sviluppo storico. La parola di Dio non assolutizza, non rende normativi quei modi di comportamento, ci esorta anzi a liberarcene.
E alla fine c’era il pessimismo sessuale, che svuotava la famiglia di ogni significato positivo di comunione spontanea a tutti i livelli e relegava la vita sessuale a una funzione di servizio in rapporto alla procreazione.
Il matrimonio è per i figli. In realtà, pensate che nel passato, anche in quel passato che certi nostalgici rimpiangono, il consenso libero della donna al matrimonio era una circostanza neanche presa in considerazione. La donna aveva così radicalmente accettato il modello impostole dalla società e dalla chiesa che aveva perfino vergogna a dire che desiderava prender marito; magari lo desiderava con tutta se stessa, ma tale desiderio rimaneva inibito. Doveva esser lei, la donna cercata. Doveva essere senza iniziative e con un’etica del comportamento femminile che voi conoscete bene.
La stessa definizione della donna era di tipo biologico. La donna si definiva in rapporto alla sua biologia: era vergine o madre. Non persona, come l’uomo, capace di decidere della propria vita indipendentemente dalla condizione biologica; ma legata strettamente a questa, con delle sfere di mortificazione terribili, come la donna che non ha sposato, la zitella, considerata una donna fallita.
Oggi ci troviamo nella situazione in cui lo sviluppo della società ha messo in crisi le componenti di struttura che sorreggevano un certo tipo di  famiglia cosiddetta cristiana. Abbiamo una crisi della famiglia che per molti è la crisi della famiglia cristiana, ma che invece è la crisi della famiglia tradizionale e niente altro.
Allora, un credente, quali doveri ha in questo momento? Non di stringersi di far quadrato attorno a un modello di famiglia che non ha più nessuna ragione storica di continuare, ma rifarsi all’esigenza evangelica, interrogarsi di fronte al Vangelo.
Ora, secondo me, il Vangelo, non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. Anche la sacra famiglia è un’invenzione posteriore, borghese, perché la famiglia di Nazareth, non è un modello di famiglia, per il semplice fatto che, almeno nelle convinzioni di fede, Maria e Giuseppe non erano autenticamente marito e moglie. Quindi, presentare come modello di famiglia un modello in cui proprio l’aspetto principale non era integro, significa fare una mistificazione.


Indicazioni evangeliche.
 Occorre domandarsi piuttosto in che senso il Vangelo si apre a questa esperienza particolare della vita che è l’amore nella famiglia, nella linea della liberazione, cioè nella crescita secondo il disegno di Dio.
A me pare che ci siano dei punti fermo, questa volta autenticamente fermi, a cui fare riferimento in questo tentativo di recupero del significato evangelico che può avere la vita nell’amore, la vita familiare. Innanzi tutto , è sicuramente un’affermazione di fondo del Vangelo che dinanzi a Cristo non c’è nessuna differenza fra l’uomo e la donna, dinanzi a Cristo non c’è né maschio né femmina.
Quelle discriminazione desunte dalla realtà sociologica, che hanno un riflesso nella sacra scrittura, devono essere subordinate a questa che è l’autentica rivelazione in rapporto alla resurrezione: in Gesù Cristo la disparità tra l’uomo e la donna è abolita. Certo noi sappiamo che la parola del Vangelo non si presta a diventare – guai del  se lo facessimo – un fondamento per nuovi ordinamenti giuridici; perché la parola del Vangelo, come si suol dire, è parola profetica, cioè una parola che indica certe linee di crescita, le quali sboccano in una totale liberazione cristiana.
In secondo luogo, secondo il Vangelo, la fedeltà non è il risultato di una legge esterna che costringe, ma è un’espressione dell’amore.
Un’altra esigenza interna allo spirito evangelico è il rifiuto della strumentalizzazione, del rendere l’altro uno strumento di sé.
Espressioni bibliche quali. ”la persona umana è fatta a immagine di Dio”, “amate i vostri mariti come la Chiesa ama Cristo”, “amate le vostre mogli come Cristo ama la Chiesa”, per un credente sono un invito decisivo a rifiutare di fare dell’altra persona uno strumento di sé, si tratti dei rapporti fra coniugi, si tratti di rapporti familiari.
Questo rispetto della persona significa garanzia del rapporto veramente comunitario, perché tra rapporto comunitario e rapporto di società stabilito dalla legge c’è una differenza di qualità: il rapporto comunitario in tanto è, in tanto vive, in quanto trova la sua sorgente nel libero consenso e nel rispetto spontaneo della coscienza verso l’altro; i rapporti societari invece sono quelli che si stabiliscono per forza di legge.


La famiglia è un’istituzione legata alle condizioni storiche.
 Siamo all’ultimo punto: non dobbiamo cadere in un così ingenuo evangelismo da credere che la famiglia non interessi la società, che debba essere riferita soltanto all’esperienza spirituale.
Ogni espressione dell’uomo, ma la famiglia in particolar modo, in quanto si innesta nei rapporti sociali generali, ha bisogno di istituzionalizzarsi. La istituzionalizzazione è un momento di serietà umana, il momento in cui si traduce in norma esterna la responsabilità di fronte alla società intera.
Però, non è con questo momento istituzionale che si definisce la famiglia. Il momento istituzionale è quello in cui l’esperienza della famiglia assume rapporti e responsabilità con l’insieme della realtà sociale. E la società, come tale, ha bisogno di tutelare la famiglia, di farsene garante in qualche modo, di proteggerne e favorirne lo sviluppo. Ma questo momento, lo ripeto, è un momento del tutto legato alle condizioni storiche e varia a seconda del mutare delle condizioni storiche; perciò oggi c’è bisogno di una nuova istituzionalizzazione della famiglia.
La famiglia è una creazione continua. Nella Bibbia c’è la poligamia, poi si è acquisito il concetto della famiglia monogamica, che forse è un concetto irrinunciabile. Però non si deve dire che è la natura che l’ha voluto, perché questo significa attribuire alla natura astratta delle conquiste storiche che sono invece relative anch’esse.
Forse la famiglia dovrà cambiare ancora forma, dovrà cambiare struttura. Il concetto del diritto naturale è un concetto dell’immobilismo borghese, con cui si sono voluti rendere eterni e immutabili alcuni rapporti che erano funzionali alla società borghese. E qual è il criterio con cui la famiglia deve cambiare struttura? E’ quel di più di libertà che l’uomo deve avere. Quando diciamo libertà non parliamo della libertà soggettivistica identica al libero arbitrio, ma di una libertà in cui veramente l’esistenza dell’uno sia garanzia e condizione della libertà di tutti gli altri.
Questa crescita della famiglia presuppone un nuovo diritto familiare in cui dovrà essere anche previsto il caso nel quale la fedeltà reciproca di indissolubilità non è più possibile. Cioè la clausola del divorzio come verifica di un fallimento dell’esperienza e come legittima dei due, che hanno portato a termine un’esperienza fallita, di crearsi una esistenza coniugale. Questo la legge lo può fare; a rigore, lo deve fare. Però il diritto di famiglia non è questo. Ecco perché dovremo, una volta superata la battaglia sul referendum, considerarci continuamente mobilitati per favorire in Italia una modificazione profonda del diritto di famiglia, perché esistono già ormai le condizioni di coscienza generali e perché certe norme giuridiche della tradizione siano abolite e superate.
E naturalmente, quando si fa questa battaglia per un nuovo tipo di famiglia, si deve fare anche una battaglia per un nuovo tipo di società, perché se i rapporti economici rimangono quelli che sono poco vale il modificare i rapporti giuridici. Al più avremmo un aggiornamento neo-capitalistico della famiglia.
In ogni caso, una battaglia per la famiglia che si apre con il referendum, non si chiude con il referendum. Però dobbiamo dirci che noi, in quanto cristiani, non abbiamo niente, nessun modello nostro da difendere. Noi dobbiamo ricercare con gli altri un modello giuridico ed etico di famiglia, perché non abbiamo privilegi di nessuna sorta come credenti.
Come credenti ci compete l’onere e il privilegio, se volete, di essere fedeli alle ispirazioni evangeliche fondamentali; ma queste ispirazioni non sono da tradurre come modello etico-giuridico, poiché sono una spinta continuamente trasformante della realtà storica, disponibili a sempre nuove forme di ordinamento familiare.


martedì 27 agosto 2013

tu sei mare, noi siamo mare



Tra le acque del grande mare, i cui flutti lambivano il cielo, correva raggiante una piccola giovane onda.  Saltava e correva, s’inabissava e si lasciava muovere dalle correnti sino a sollevarsi e farsi arruffare dal vento spruzzando lucenti perle d’acqua dalla gioia.
Era un’onda felice.
Felice d’essere un’onda, felice d’essere quel che era.
Un giorno in lontananza all’orizzonte vide, appena affiorante l’acqua, qualcosa che sporgeva prepotente.
Avvicinandosi sempre più scorse nitidamente rocce, scogliere, spiagge.
S’accorse così che le altre onde, quelle che erano andate già avanti, tra gli scogli e le spiagge andavano a frantumarsi, infrangendosi in mille spruzzi fino a scomparire.
Di quelle onde non rimaneva più nulla.
Così la piccola giovane onda da felice e spensierata cominciò ad intristirsi.
Il vento, sospingendola con forza verso gli scogli e le spiagge, le impediva di restare ferma e di certo non poteva ritornare indietro. 
Neppure poteva inabissarsi nascondendosi nel profondo del mare.
Passandole accanto un’altra onda, quella più grande, le chiese che cosa le fosse successo, poiché non l’aveva mai vista così triste.
La giovane onda subito le rispose piangendo: “…non vedi tu gli scogli...le spiagge?…non vedi come andremo a finire?  Non capisci che andrai a frantumarti fino a scomparire?...”.
Con un velo di commozione la grande onda rispose benevola: “Mia piccola leggiadra onda tu sei mare, noi siamo mare…”.

Tra gli appunti presi ad un seminario di formazione, avevo annotato alcuni flashes di questa storiella narrata dal relatore.  Ero nell’aprile 1998.
Tutta la nostra vita è disseminata di date che narrano gioie, dolori, nascite, morti.
Quella data ha espresso un dolore, una di quelle ferite le cui tracce, pur sbiadendosi nel tempo, non scomparirà mai.
Ha scisso la mia vita lacerandola, rappresentandola in un prima e un dopo.
La vita di chiunque non è un fatto privato, o meglio non è solamente un semplice accadimento che tocca  (s)convolgendo l’esistenza di un individuo.
Non è “cosa nostra”, una roba mia strettamente personale. La vita non è racchiudibile (solo) nel mio piccolo cuore di carne.
Mi trovo a considerare che la mia vita faccia parte di un oceano immenso come l’onda del mare.
Rifletto che nulla andrà perso e che ogni (apparentemente) irrilevante gesto d’amore, ogni esuberante sussulto di gioia di vivere, ogni fremito di passione, ogni balbettio di felicità come ogni lacrima versata e ogni dolore patito sia solo una minuscola goccia che forma l’oceano. Ogni cosa fa parte del tutto cui appartengo, che mi appartiene.  
“Tu sei mare, noi siamo mare”.






lunedì 22 luglio 2013

pregare è come fare posto ad un tu


Qualche giorno a Roma per lavoro. Ospite presso una struttura dei monaci trappisti, presso l’abbazia delle Tre Fontane. Accanto, a ridosso di una piccola collina chiamata Betlemme, in mezzo agli Eucalipti, vive una piccola ma vivace comunità religiosa, la Fraternità  delle Piccole Sorelle di Gesù affascinate dall'ideale di Charles de Foucauld.
 
Un sito denso di storia cristiana: qui l'apostolo Paolo viene martirizzato per decapitazione; il tribuno Zenone e altri 10203 soldati cristiani, dopo aver terminato i lavori di costruzione delle Terme imperiali, furono travolti dalla follia omicida delle persecuzioni di Diocleziano; attraversando i tempi delle comunità monastiche greche, arrivando a comunità benedettine cluniacensi, alla congregazione cistercense...

Ho partecipato a un paio di momenti delle loro preghiere, compieta e lodi. 

Pregare...  Mi sono intrattenuto con un monaco il quale, nella sua dolce intonazione francese, mi ha passato una bella, suggestiva immagine della preghiera: "Pregare è come fare posto ad un tu senza il quale l'io non sarebbe...".

Ho ruminato questa frase, l'ho trascinata in varie direzioni facendola cantare, piegandola in riflessioni ardite.

Il concetto di preghiera s'avvicina all'interpretazione.  L'orante, l'oggetto e il tu cui si rivolge la preghiera: ciascuno di questi tre elementi è soggetto di possibili analisi interpretative (senza scomodare la semiologia e l'ermeneutica).

Credo che in tutte o quasi le religioni e in ciascuna e diversa forma di preghiera vadano a mescolarsi le più varie e ricche interpretazioni. Preghiera di lode e ringraziamento, di offerta e d'esultanza, di guarigione, consolazione e di lutto, di lotta, e di contemplazione, di ricerca e di liberazione, personale e comunitaria, di meditazione e di ricerca, di benedizione, di domanda...

....e' quella di domanda la preghiera che tiene il primato...

....pur sapendo che l'ascolto è sempre relativo, soggetto a continua interpretazione.

"Pregare è come fare posto ad un tu..."...
...non ci bastiamo, mi rendo conto di non bastare a me stesso, non mi sono sufficiente.
Così la preghiera è quel balbettio (di cuore, di labbra, di mente), che nasce nel momento in cui avverto la mia non sufficienza, la mia debolezza.  Cerco così di interloquire con qualcosa/qualcuno facendogli spazio, permettendogli così d'entrare e d'esistere nel mio mondo.
Pregare è quel cercare di trovare risposta al bisogno più profondo, alla speranza più temeraria dell'esistenza.
E' cioè permettere all'io più intimo e autentico di aprirsi sino a dilatarsi e fare spazio per accogliere.
E' scavare sino ad espandere quel pertugio attraverso il quale permettere il passaggio di voci e luci "rivelatrici", portatrici di vita nuova.

"Pregare è come fare posto ad un tu..."...
 ...è un esercizio arduo, poiché, lo sperimento, l'io che sono è così dispotico da chiudere ogni via d'entrata...
 ...e non di rado capita quindi che la preghiera, pur bella e vibrante tra le labbra, sia di compiacimento, d'esaltazione e ammirazione: l'orante ha come oggetto se stesso. E' insieme bisogno e appagamento, domanda e risposta insieme.
Il tu, quel soggetto cui si rivolge la preghiera, a volte perde così consistenza sino ad evaporare in un grande io.

Eppure:  "Pregare è come fare posto ad un tu..."...
....anche se quel tu a volte sfugge, è poco conosciuto; oppure è persino misterioso, inaccessibile, lontano o forse...inesistente...

Trovo così quasi naturalmente opportuno, procedendo nelle mie riflessioni, accostare la preghiera all’umiltà.

E' questa  la condizione di partenza: porta a riconoscere l'insufficienza di se', quella fragilità strutturale, quel bisogno di aiuto; quell'ammettere d'essere un io indissolubilmente aperto e legato al tu.  

Se così è allora la preghiera è espressione decisa contro ogni tentativo di assolutizzazione,  è quel segno che rinvia al di là di ogni dogmatica certezza. 
E allora mi ritrovo a pensare che pregare non è un magnificare un assoluto, ma è l'affermare un relativo. 

E' fare in modo che si sappia la nostra fragilità e che quel tu chiamato dio si chini sino a raccogliere la nostra voce.  
E noi, sino ad ascoltare la sua.
 















martedì 2 luglio 2013

canta e cammina

Ho percorso in auto un tratto della strada francigena per arrivare al mio buen retiro.  Un paio di uomini, zaino in spalla e sacco a pelo mi hanno catturato lo sguardo, riaccendendo il ricordo di vagabondaggi giovanili. 

Gli ingredienti per mettersi in cammino sono vari: coraggio mescolato ad incoscienza, senso dell'avventura, inquietudine...

Così si procede su strade poco battute, ci si attarda con lo sguardo a scrutare nuovi paesaggi. Si spera in un tempo clemente. Ci si ìnoltra per vie impervie, affidandosi a segnaletiche dubbie. Si superano ostacoli, il cuore si dilata e si vive un tempo intriso di precarietà.

La sosta è in ripari di fortuna, o alla meglio in dormitori attrezzati e poi, ritemprati, si affronta di nuovo il viaggio. 

Sulla strada. 
Non si è semplici nomadi senza mete, senza qualcuno che attende. Sulla strada si è spinti, chiamati sino a cogliere ad ogni passo la consapevolezza di esseri inquieti.

Desiderosi d’oltre e d’a(A)ltro, dal cuore insaziabile, dallo sguardo in perenne ricerca d’orizzonti nuovi da scrutare, indaffarati a lenire nostalgie d’assoluto.

Da sempre, pellegrini e vagabondi hanno percorso sotto lo stesso cielo strade aperte all’incontro con se stessi, con la trascendenza, con altri erranti. Esseri inquieti hanno cercato; e come non considerare il cercare una categoria dello spirito? L’uomo sazio, tronfio di se' ritiene di avere già tutto…anche Dio.  

 Il viaggio come ricerca è una nobile espressione di un cammino spirituale, di un percorso che parte da una lucida e profonda insoddisfazione di se’  e apre alla possibilità di un’esistenza più piena, più autentica, più sensata. Certo più rischiosa, più incerta e insicura. Ricerca della verità, ricerca d'assoluto, ricerca di felicità,...

Si sta allentando quella tensione che porta la nostra gioventù ad intraprendere viaggi alla scoperta di se’, pellegrinaggi su strade della sorgente di vita, viaggi d’iniziazione umana (cristiana, spirituale).

C’è un indebolirsi della figura di Siddartha, le nostre fibre si sono arrese alla mediocrità di viaggi  super organizzati, cellulari satellitari e iPhone, infarciti di spiritualità usa e getta propinata da sacerdoti e teologi à la page e azzimati.

Quell’On the road di Kerouac rimane opera letteraria emblematica d’una generazione ormai sepolta.   

Eppure il rinnovarsi del nostro tempo avviene ancora attraverso il cammino, fatto a piedi, gravido d’avventure e incontri imprevisti, generante audacia e speranza, ravvivante la fiducia nell’uomo. 

On the road, a piedi, in autobus, in autostop; permette d’osservare, ascoltare, scoprire, sostare, conoscere, contemplare.

Tra le pagine dei Vangeli scopriamo che Gesù vive prevalentemente on the road, si fa compagno di strada,  addirittura identificandosi con la strada (“..io sono la via..”  Gv.14, 1-6) e dopo di lui e prima di lui donne e uomini inquieti e curiosi, dal cuore insoddisfatto eppure pieno di domande, si sono incamminati sotto questo cielo incontro al destino del viaggio indossando calzari e tuniche comode, bisacce leggere.  

 Da Occidente ad Oriente il cammino come ricerca, il pellegrinaggio, si esprime come l’attraversamento, nel tempo e nello spazio, verso le mete intraviste come patria del cuore, come viaggio verso il centro dell’esistenza, al proprio cuore, luogo dell’incontro per eccellenza.

Come sanno i viandanti sotto questo cielo, come è scritto nelle pagine dei Racconti di un pellegrino russo in semplicità, in povertà, in sobrietà s’impara che la vita (anche la vita cristiana) è dinamismo e slancio continuo, facendo posto all’imprevisto, all’incognita, all’estraneo, al diverso. 
Mettendo in conto l'abbandono di categorie recanti assolute certezze, dogmi inossidabili.

E poi…s’impara a cantare: “Canta come cantano i viandanti, senza però interrompere il cammino. Canta per consolarti nella fatica ma non fermarti ai bordi della strada: canta e cammina…canta con la voce, canta con il cuore, canta con la bocca, canta con la tua vita. Sii tu quel canto che vuoi cantare: se la tua vita è nuova , tu sarai il canto di Dio” (Agostino, Serm. 256).

sabato 25 maggio 2013

in direzione ostinata e contraria



Sui giornali i titoloni delle ultime settimane mostrano quasi la “novità” invocata in ogni occasione dal papa Francesco. L’invocazione che la Chiesa torni alla «freschezza delle origini», sia «orante e penitente» e sia «libera dall’idolatria del presente». Con queste invocazioni venerdì scorso papa Francesco ha salutato i vescovi italiani incontrati  al termine della loro assemblea generale, rendendo omaggio alla tomba dell’apostolo Pietro per rinnovare la loro «solenne professione di fede».
Con molta semplicità ha ricordato l’importanza dell’atto compiuto dai vescovi con la «professione di fede», riconducibile alle domande: «Chi siamo davanti a Dio?», «Lo amiamo davvero?».  La sua omelia è stata un richiamo ai compiti che ha un «Pastore» e ha avuto il suo punto centrale nel confidare «nella grazia e nella forza che viene dal Signore, malgrado le nostre debolezze».   Francesco ha ricordato «la responsabilità di camminare innanzi al gregge» e farlo «senza tentennamenti» per «rendere riconoscibile la nostra voce sia da quanti hanno abbracciato la fede, sia da coloro che ancora “non sono di questo ovile”». Perché la casa di Dio - ha sottolineato - «non conosce esclusione di persone o di popoli». «Per questo, essere Pastori - ha spiegato - vuol dire anche disporsi a camminare in mezzo e dietro al gregge: capaci di ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre e di sostenere il passo di chi teme di non farcela; attenti a rialzare, a rassicurare e a infondere speranza».   Di nuovo ha esortato vescovi e tutto il clero a non rincorrere la propria ambizione personale e a non usare il proprio status di chierico per ottenere benefici personali.
 Siamo alle prime lettere dell’alfabeto del Vangelo (“In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare rabbì dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare ''rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ''padre'' sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ''maestri'', perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato
". Mt. 23) eppure  ci vuole quasi un pronunciamento della cattedra di san Pietro per ricordarlo. E' vero che non guastano mai gli appelli, i segnali, gli ammonimenti perché a giudicare da quel che succede nella chiesa negli ultimi tempi parrebbe che non l’A b c ma l’intero vangelo si sia dimenticato,  seppellito dagli orpelli di duemila anni di gloriosa "cultura cattolica".  Sminuzzato e reso innocuo da strati secolari di teologie, diluito e tacitato da migliaia di pagine di dottrina, coperto da montagne  di pratiche devozionali e sacrocuorismi che nulla hanno a che vedere con le sue parole.  
Come se essere e dirsi cattolico non è chi si conforma al Vangelo ma chi ne riconosce i riti, le devozioni, la dottrina; e, anche qui, basta un'adesione formale, quella del dire e non quella del fare.
La Chiesa  non è ancora del tutto uscita dalla grave e penosa questione internazionale della pedofilia che, nel suo stesso cuore, in Vaticano, sono ancora aperte lotte intestine, vicende di malaffare e corruzione. Nulla di nuovo, vecchie piaghe mai curate e anzi tenute nascoste.

P.S. il funerale oggi di don Andrea Gallo e contemporaneamente la beatificazione di don Puglisi riportano  al centro della chiesa, tout court della fede, la questione dei poveri (quell’opzione preferenziale adombrata da oltre un ventennio) e dell’essere affamati e assetati  di giustizia.  La questione dell’autenticità e del coraggio, di libertà e onestà intellettuale, di prese di posizione nitide e di audacia e temerarietà. 
E allora mi rincuora constatare che non si possa tenere a lungo oscurata la saggezza e la profezia di saper ridere ancora in faccia al potere, anche ecclesiale,  per costruire spazi di verità e autenticità.   Mi rincuora il sapere che vi sono semi liberi e sparsi non riducibili a volontà omologanti. Mi rincuora sapere che alcuni viaggino sotto questo bel cielo in “direzione contraria e ostinata”.

mercoledì 24 aprile 2013

Azione e contemplazione: ricordando Maritain



                                       
Ci si ricorda ancora di Maritain? E' vero non è più di moda. Sembra un personaggio d'un altro mondo, un personaggio di un’epoca nobile e lontana.     Incurante delle mode mantengo vivi nel mio cuore, con gratitudine, amori e amicizie e come potrei allora scordare chi per alcuni anni attraverso i suoi libri mi ha preso per mano fino a condurmi ad avere nostalgia dell’assoluto?       Fino a rendermi mendicante del Dio di Abramo d’Isacco e Giacobbe?      Fino a farmi piegare le ginocchia ed introdurmi, balbettante, nel mistero del Dio fatto uomo?   Fino a “tomistizzarmi” e lasciarmi rapire dalla filosofia e dalla teologia.
Jacques e Rissa Maritain i loro nomi li ho imparati d’un fiato e con le lacrime agli occhi m’abbeveravo al libro autobiografico “I grandi amici” penetrando nella loro avventura spirituale, dalla giovinezza scontrosa e ribelle del nipote di Jules Favre  all’approdo tra i Piccoli Fratelli.  Da socialisti anarcoidi a convertiti attraverso la sfida alla vita.
 “Durante un pomeriggio d’estate passeggiavamo, Jacques ed io, nell’orto botanico…tanto caro ai parigini della riva sinistra… Ci piaceva andarci dopo i corsi (di filosofia), quando io ritornavo a casa a piedi dalla Sorbona; e come tutti coloro che avevano l’abitudine di passeggiare per quel giardino, anche noi eravamo amici delle bestie innocenti, alle quali si può far piacere con un po’ di pane. Ma in quel giorno passavamo senza guardare gli orsi e senza neppure sentire le foche; decisamente non eravamo felici, eravamo invece molto infelici. Avevamo appena esaminato ciò che ci avevano  portato due o tre anni di studio  alla Sorbona; senza dubbio un bagaglio importante di conoscenze scientifiche e filosofiche, ma quelle conoscenze erano minate alla loro base dal relativismo degli scienziati, dallo scetticismo dei filosofi… eravamo con tutta la nostra generazione , le loro vittime. … quest’angoscia metafisica che penetra alle sorgenti del desiderio di vivere, è capace di divenire una disperazione totale e di sfociare nel suicidio. … ci eravamo appena detti, quel giorno che, se la nostra natura era così disgraziata da possedere soltanto una pseudo-intelligenza, capace di giungere a tutto salvo che alla verità…. Allora tutto diventava assurdo e inaccettabile. Non possiamo vivere secondo i pregiudizi, buoni o cattivi; abbiamo bisogno di misurare la giustizia ed il valore: ma secondo quale misura? Dov’è la misura di tutte le cose?. Desidero sapere se l’esistenza è un accidente , un beneficio o una sventura. Disprezzo la rassegnazione e la rinuncia dell’intelligenza di cui abbiamo tanti esempi intorno a noi…. Se dobbiamo rinunciare a trovare un senso qualunque alla parola verità, alla distinzione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, non è più possibile vivere umanamente. Non volevo saperne di una tale commedia; avrei accettato una vita dolorosa, ma non una vita assurda…e anche Jacques, ora, si trovava disperato come me… questa vita che non ho scelta, non voglio più viverla in queste tenebre. Perché la commedia è tragica: si recita su un teatro di lacrime e sangue. La nostra perfetta intesa, la nostra felicità, tutta la dolcezza del mondo, tutta l’arte degli uomini non potevano farci ammettere senza ragione, la miseria, l’infelicità, la cattiveria degli uomini. O la giustificazione del mondo era possibile o la vita non valeva la pena di un istante di attenzione… in nessun caso lo stato delle cose è accettabile senza una luce vera sull’esistenza. Se tale luce è impossibile, anche l’esistenza è impossibile e non vale la pena viverla….”.
Mi ritrovavo così poco più che ventenne, insoddisfatto e inquieto, allo sbaraglio in itinerari che hanno attraversato il delirio per la mia generazione: dalla militanza in gruppi extraparlamentari, alle droghe attraverso viaggi per cercare come Shiddarta la pienezza, la perfezione. Un senso all’esistenza.
Ecco perché mi ricordo ancora di Maritan, di Jacques e Raissa Maritain, di Vera sorella di Raissa e della cerchia dei loro amici (di cui mi sentivo parte) insieme a Leon Bloy,  Gilson, Yves René Simon, Henri-Irénée Marrou, Nicolaj Berdjaev, Réginald Garrigou-Lagrange, Jacques Froissard, Thomas Merton, Charles Journet, Maurice Zundel, Paul Claudel, Georges Bernanos, François Mauriac, Jean Cocteau,Georges Rouault, Marc Chagall, Gino Severini, Tullio Garbari, William Congdon.
La scoperta del loro mondo illuminava il mio presente, rischiarando la mia vita.
Jacques incarnava il modello cristiano a cui miravo: un convertito, per questo credibile ai miei occhi, vicino al mio sentire.
La sua vita di preghiera, il suo bisogno di contemplazione, la sua appassionata e incessante ricerca di Dio. La sua fede così lontana dalla presentazione borghese della Chiesa come l’avevo conosciuta.
 Un pensiero cristiano sprofondato nella vita di fede. Di qui anche il disagio a definire Maritain semplicemente “filosofo”, e non perché non ne abbia la statura speculativa, ma per quel primato della fede, della Parola, dell’eucaristia che segna la sua vicenda.
Raissa e Maritain: un “amore folle” in Dio come pochi. Non si può parlare di Maritain senza Raissa, Jacques non l’avrebbe mai fatto.
Insieme nel cammino di conversione, insieme nell’avventura culturale, insieme nella vita di  fede.
Il silenzio di Raissa accompagna e sostiene  le parole di Maritain, ogni tanto si rompe in un esile intreccio di voci, ma non c’è opera significativa di Maritain che non sia stata letta a Raissa, discussa insieme a lei fino alla sua morte.
Sposi in “una singolare amicizia” e in una singolarissima vocazione, esempio forse unico  di rapporto nella fede tra un uomo e una donna.
Il suo impegno culturale è in uno dei periodo più drammatici del ‘900, quello che va dagli anni venti agli anni cinquanta. E’ in questo crogiuolo di ferro e di fuoco che si colloca l’azione dei Maritain: dall’entusiasmo per Jaurés, al rifiuto del mondo moderno, alla collaborazione con Maurras, alla svolta di Umanesimo integrale. Era la liberazione, l’uscita da un incubo e da un equivoco che rompeva il nesso cattolicesimo-reazione. L’idea di una “nuova cristianità” “oltre” il moderno era la conquista di un orizzonte nuovo.
Con Umanesimo integrale si scopre anche tutta la suscettibilità nella Chiesa e nel mondo cattolico per  questo don Chisciotte di S.Tommaso.    Cominciano i sospetti, gli attacchi.
Dopo la morte di Raissa, solo, ormai veramente solo, Jacques  va tra i Piccoli Fratelli.
Davvero in questa scelta si compie tutta la profondità della sua vita e del suo pensiero. 
Non sta a me oggi valutare quanto resti di vivo del pensiero di Maritain; non sono nessuno, ma forse non è questo il senso decisivo della sua lezione. E poi avendolo “frequentato” con passione e trasporto sarei assolutamente un partigiano.
 Credo ci siano e ci saranno “pensatori cattolici”, ma Maritain si colloca oltre questa figura: un cristiano a cui  è capitato di pensare creativamente in un momento drammatico della storia europea. Tra azione e contemplazione: in questo senso Maritain indica un metodo della presenza cristiana nel pensiero che è solo dei grandi  e dei santi.  Fuori da questa sovrabbondanza solo ripetitori  o brillanti omelie.
Muore il 28 aprile 1973 a Tolosa presso la comunità dei Piccoli Fratelli di Gesù.
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mercoledì 17 aprile 2013

Intrecci di vita



Una delle piccole grandi gioie feriali di un papà è quella di andare a prendere il proprio figlio a scuola.

Mi capita raramente e mi accorgo di quante occasioni perse è fustellata la mia vita…

Nel tragitto verso la scuola mi sale un pò di emozione e poi c’è sempre un trepidare in quegli attimi di attesa.

Ci si guarda in giro, si salutano volti noti, affiorano richiami alla storia personale, alla memoria di quando mio padre mi aspettava fuori della scuola.

La storia si ripete ma non come fotocopia.

Nella mia scuola, alle elementari, quarant’anni e oltre di vita, non ho il minimo ricordo di scolari - compagni di classe numerosi poiché figli tutti del boom economico - dalle pelli di colore diverse dal bianco, dagli occhi a mandorla e da lingue straniere e lontane.

Gli “stranieri” erano altri italiani, gente del sud e veneti, alcuni friulani.

Oggi, in questo caldo e soleggiato pomeriggio di metà aprile, nell’attesa vedevo lo sciamare di piccoli studenti dai lineamenti diversi, neri e mulatti e tonalità di carnagioni olivastre; sentivo spezzoni di lingue di innumerevoli nazionalità nei capannelli di padri e madri e nonni ad aspettare.

In questo piccolo comune di 6000 abitanti oltre il 10% proviene da nazionalità estere (Albania, Russia, Marocco,  Romania, Camerun, Turchia,..) e il loro numero è destinato a crescere.

Ecco, escono i più piccoli e poi quelli della seconda elementare.

Esce mio figlio, mano nella mano ad una sua compagna di classe dalla pelle scura scura.

La vita è questa, mescolanze di colori e tradizioni, continui intrecci e tessiture di storie diverse…