lunedì 7 luglio 2014

Fiducia e abbandono



L’ultimo fine settimana l’ho trascorso nel mio buen retiro.  Mi concedo queste gioie. Giocando con la terra, oziando sotto gli alberi, facendomi accarezzare dal sole, sudare e rimanere come un primitivo seminudo a camminare sul prato e odorare l’erba appena tagliata.



Come un lupo solitario mi lascio cullare dal silenzio, dal vento che sussurra tra le fronde degli alberi, dal cinguettio degli uccelli di questa garzaia che ne raccoglie innumerevoli specie.



Allungo lo sguardo fino alla cima del pino e intravedo, via via più distinto, un uccello. Il ramo appena piegato sotto le sue zampe, la testa dritta nell’aria come fosse una sentinella vigile e attenta. Pare scrutare lontano, immobile e assorto nel suo vivere. Non lo distraggono la mia presenza e il mio fischio. Ogni momento pare creato apposta per il suo sguardo che sembra posarsi oltre, che lontano scruta e cerca.



La punta del verde pino dondola appena alla leggera brezza sotto un sole splendente e quell’uccello si lascia cullare e pare provare piacere, trovando questo ondeggiamento conciliante alla sua sosta, o forse semplicemente accogliendolo come un dono.



E mi fa meditare, questo piccolo uccello dal portamento fiero e nobile, che forse ogni tanto nel nostro quotidiano dovremmo anche noi essere capaci di soste e dall’alto contemplare, lasciare che il vento ci accarezzi le piume e non lasciarci distrarre, ma cercare lontano, oltre, più in là.



Gettare lo sguardo più libero e meno preoccupato alla nostra vita.



Lasciarci penetrare dall’aria fresca, respirare e gustare cielo e bellezza, godere della gratuità del momento presente e sentirsi parte di un tutt’uno.



Scrutare oltre le nostre preoccupazioni, i nostri impegni, le nostre fatiche insieme ai nostri dolori.



E posare lo sguardo dove troviamo, come intima pace, vita vera quella che non ci chiede d’essere efficienti, più bravi, più presenti, più preparati, più capaci, più rispondenti alle attese del direttore generale, della produzione, della moglie o del marito, del figlio,….ma quella che ci chiede semplicemente di lasciarla scorrere nelle nostre vene, nei nostri occhi, nel nostro cuore.



Di sentirla e accoglierla come un brivido che ci prende all’improvviso. 

Come un refolo di vento  che passa sulla pelle sudata.



E quando planeremo verso il basso terremo, stanchi e provati dai mille voli,  lo sguardo pulito e le mani sicure e il cuore calmo perché avremo sperimentato (e, ne sono certo, questo pensiero lo culleremo nel nostro intimo), che la vita non ci abbandona e non ci lascia cadere. 

Solo ci chiede  fiducia e abbandono.




giovedì 5 giugno 2014

il sole infranto

Ricordo d’aver letto, anni fa, una storia che per la sua semplicità e profondità mi aveva offerto innumerevoli spunti di riflessione.



Un giorno il sole, per non si sa quale motivo, si frantumò in una miriade di pezzi che caddero tutti sulla terra e si sparsero in una grande valle incuneata da alte montagne e coperta da una fitta vegetazione.

Presto il buio coprì la terra, mentre il freddo l’attraversava impietoso e ovunque la vegetazione iniziò a soffrire.

Gli uomini, impauriti e sfiduciati, presero a fare le ipotesi più disparate e profeti di sventura calarono da ogni luogo seminando terrore e additando le cause chi ad un particolare popolo, chi ad alcuni stranieri, chi a malefici di donne terribili, …

Intanto gli uomini, di giorno e di notte senza sosta, presero a tagliare alti alberi e ad accendere giganteschi falò per avere luce e calore.

Un uomo saggio che viveva tra i boschi nella valle dove erano caduti i frammenti di sole e che ancora sprigionavano tenue luci, non si perse d’animo e iniziò a raccoglierli.

Presto si rese conto di non essere in grado, da solo, di trovare e riunire i frammenti così si decise di andare nei villaggi e nelle città per comunicare che lui sapeva dove i frammenti del sole erano caduti.  Voleva convincere le genti che incontrava che trovando quei frammenti e unendoli forse il sole sarebbe ritornato e avrebbe riportato luce e calore. Voleva portare speranza in un crescendo di disperazione, di freddo e buio. “che cosa abbiamo da perdere?” chiedeva.

Tra l'ostilità e la derisione furono molto pochi quelli che accolsero la sua proposta.

Ci vollero due anni prima che quel gruppo di uomini e donne guidati da quel saggio riuscissero a ricomporre i frammenti del sole.

Poi un giorno il sole tornò alto nel cielo e sin da subito sparse luce e tepore sciogliendo il gelo e illuminando ovunque la terra.



Siamo portati a rincorrere bagliori fugaci, veloci lampi che appaiono nel nostro tempo.



Il sole, ferito e oscurato, a volte rimane assente dalla nostra giornata e non scalda il cuore, non illumina i nostri passi.



C’affidiamo, impauriti e sfiduciati, ad accendere falò per rendere meno buio e freddo il nostro vivere.  Ci consoliamo ai tenui bagliori di luci artificiali aggrappandoci gli uni agli altri per respingere la paura, mentre profeti e ciarlatani seducono e urlano.



Son pochi coloro che cercano brandelli di senso per non soccombere.



Pochi sono gli uomini che ostinatamente cercano di recuperare, nel buio d’una lunga notte, frammenti di sole tenendo viva la speranza di ricomporlo e così ridare orientamento al vivere e regalare calore ai giorni.












sabato 3 maggio 2014

"Dio dove si trova ?"



Per andare in Galilea, si doveva attraversare la Samaria.
Così arrivò alla città di Sicar. Lì vicino c'era il campo che anticamente Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe, e c'era anche il pozzo di Giacobbe.

Sotto il sole cocente allo zenit s’incammina una donna di Samaria.

Gesù era stanco di camminare e si fermò seduto al pozzo sapendo che non sarebbe rimasto solo a lungo. Intanto i suoi discepoli  erano andati al villaggio a procurare il cibo…

(Ciascuno di noi sa, ne è convinto intimamente, che ogni cosa importante non avviene a caso; gli incontri che cambiano la vita accadono tutti come se fossero concordati, o come se quel qualcuno che ci attende sapesse in anticipo la nostra strada, l’orario dell’arrivo, il luogo dove aspettarci…)

Pare un appuntamento voluto, ricercato.     E infatti arriva la Samaritana.   Una donna “particolare”: di lei tutti sapevano che aveva avuto cinque uomini e neppure quello che a casa la stava aspettando era suo marito.

Forse era  per un senso di pudore, di vergogna che questa donna scivolava lesta sotto il sole alto di mezzogiorno al pozzo,  come ogni giorno a prender  l’acqua per sé e per chi con lei vive. Quando le altre donne già erano a tavola o intente a preparare il pranzo e nessuno si trovava in giro.

Sa di non essere ben considerata, figuriamoci se un uomo di giudea perbene le avrebbe rivolto la parola. E neanche in caso di bisogno. 

Eppure a lei si indirizza, le chiede dell’acqua.

Non succede mai più, né prima, né dopo che il Cristo si fermi così tanto in compagnia di qualcuno, almeno dalla descrizione che ci viene fatta, e che dialoghi così apertamente.

La sete è un grande bisogno, soprattutto quando il caldo sfianca il corpo. Lei lo capisce ed è pronta a dare ció che gli viene chiesto, ma Gesù la confonde parlandole di un'acqua viva.  La Samaritana si accende di speranza. Chi è quell’uomo che riesce a turbarle l’animo?  Che davvero possa essere lui  in grado di salvarla da quella schiavitù?  Come vorrebbe che fosse così… In cambio sarebbe disposta a dire la verità  su di sé, pur di capire se sta parlando con un sapiente o con uno dei tanti ciarlatani.

Dentro di lei si fa strada la certezza: è un profeta. Allora diventa più audace e chiede: «Dimmi chi ha ragione tra i Samaritani e i Giudei, dove è giusto adorare il Signore».
Quasi stonata suona questa domanda in bocca a una donna che un attimo prima provava solo preoccupazione per le proprie faccende.  

«Dio dove si trova?» chiede. «Dove lo posso pregare senza sbagliarmi, in modo che le mie suppliche giungano a Lui?».

 «Credimi, o donna, risponde Gesù, non c'è un posto o un altro. Dio va adorato in spirito e veritá». Sembra una strana risposta e invece la Samaritana comincia a capire: «Verrá un Messia, dicono, e lui spiegherá tutto per bene».

 «Sono io il Messia» dice Gesù.

La donna lascia il suo secchio per terra e corre in cittá. Adesso nella sua mente le idee diventano più chiare e prendono forma. E' Lui.  

Questo della Samaritana è uno dei tanti episodi evangelici così particolari che i discepoli non se lo sarebbero potuto inventare.

Gesù parla con chi vuole, che sia conveniente o meno, dice quello che vuole per quanto la gente rimanga perplessa nell'ascoltarlo. Nessuno può allontanarsi da lui senza che gli cambi la vita.

Nessuno.

Quando siamo disposti ad ascoltare. Quando accettiamo di parlare, a carte scoperte, con Dio. Quando abbiamo fatto terra bruciata attorno a noi, quando più neppure un cane ci si avvicina.

Con il Figlio fatto uomo, che ci arriva davanti stanco e assetato e chiede acqua.  L'aveva detto: chi dà un sorso d'acqua a uno come me, vive all'ombra di una vera amicizia, chiunque sia. Si prende l'intero pozzo, la sorgente, la vita.

Ed è solo l'inizio.


giovedì 24 aprile 2014

«Era giunta l’ora di resistere..." il mio 25 Aprile




Sembrano  secoli  ma ricordo ancora che il famoso, ormai ex, Cavaliere per anni ha rifiutato di prender parte alle iniziative promosse per il 25 Aprile; non solo da capo di un partito (o di una coalizione) dell’opposizione o di maggioranza (quindi come rappresentante di una sola parte di italiani), ma anche da Presidente del Consiglio e quindi, come capo del governo, rappresentante di tutti gli italiani.
Ha in questo modo sdoganato la negazione dell’importanza della ricorrenza; ne ha sanzionato la eliminazione simbolica dal calendario della coscienza di un popolo.
Solo qualche giornale e circoli e intellettuali di sinistra, o così catalogati frettolosamente, hanno gridato allo scandalo. Per il resto il silenzio è calato. Sembra che in italia ogni cosa scivoli presto nel dimenticatoio.  In fondo Berlusconi ha avuto buon gioco poiché è come se avesse affermato: posso farlo perché è giusto e poi tanti italiani approvano e condividono quel che faccio.

Inutile negare che il 25 aprile non sia più tanto “sentita” come festa, sia lentamente scomparsa dalle nostre coscienze.

Eppure il 25 aprile è festa nazionale, ossia festa della nazione, cioè d’una comunità di donne e uomini legati da un insieme di fattori quali la lingua, la cultura,le tradizioni, avvenimenti storici.   Ci saranno, uno o più, motivi per cui il 25 Aprile non scaldi il cuore e accenda di passione il popolo italiano come ad esempio il 14 luglio per i francesi!

La memoria ci aiuta anche se spesso viene mistificata o nascosta .
Cerco di recuperarla e ripercorrere alcuni di questi motivi che insidiano e sterilizzano la bellezza e la novità perenne della festa del 25 Aprile.

Nella primavera del 1945 su gran parte dell’Italia aleggiava un clima nuovo e rimase estranea alle vicende che invece infiammavano la Pianura padana.
Il 25 aprile è la festa che celebra la liberazione dall’occupazione nazifascista: un dato che non deve essere sottaciuto è  che quella liberazione coincise con la peggior sconfitta militare e con le più grandi devastazioni che il nostro Paese avesse mai subito.
La Resistenza affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo americane senza le quali i nazifascisti non sarebbero mai stati cacciati.
Occorre ricordare che nella Resistenza italiana erano rappresentate, certo in misura diverse, tutte le tendenze politiche allora presenti. Cattolici, comunisti, anarchici, socialisti, monarchici, liberali: ciascuno contribuì mettendoci tutto ciò che aveva, anche la vita.
Nei decenni successivi questa realtà, ossia la pluralità delle posizioni politiche che parteciparono alla Resistenza, faticò ad emergere. Furono i comunisti, culturalmente egemoni, a fare della Resistenza uno dei propri punti forti. L’effetto fu che la Resistenza diventò indigesta a molti (anche tra coloro che ne furono i diretti artefici e promotori). 
Ancora due considerazioni, due doverosi atti di memoria: fu anche una guerra civile e chi combatteva dall’altra parte non poteva riconoscersi nella vittoria degli avversari. Infine forse, a mio parere, la più importante considerazione: il peso avuto della cosiddetta “zona grigia” ossia la gran parte di italiani che non combatterono in nessuna parte; superficiale l’adesione al fascismo superficiale l’adesione ai miti della Repubblica, superficiale oggi.

Ma tutto ciò apre e porta ad ulteriori considerazioni sino ai giorni nostri dove la “disgregazione” di popolo porta al moltiplicarsi di capipopolo vocianti e ringhiosi.  C’è chi nega che gli italiani formino una nazione: le differenze di cultura tra le varie popolazioni d’Italia sono profondamente radicate nella storia al punto che ancora oggi sono del tutto evidenti le differenze tra regioni, tra un nord e un sud.

Piero Calamandrei scrisse poco dopo la fine della guerra, a proposito della Resistenza: «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini». Questo solo conta e questo solo abbiamo il dovere di tramandare, affinché il significato del 25 aprile sopravviva alla morte dell’ultimo partigiano e al fluire del tempo che sbiadisce e divora ogni cosa. Per vivere da uomini bisogna essere liberi. Per conquistare la libertà e donarla a chi non l’ha bisogna combattere e sacrificarsi. Sino a perdere la vita. In tempo di pace non meno che in tempo di guerra, quando anche la minaccia alla democrazia è così subdola da assumere forme attraenti e pericolose. E resistendo all’omologazione sociale e del pensiero unico che non arriva a privarci della libertà fisica ma sempre di più ingabbia e anestetizza la nostra coscienza.


P.S. l’ultimo atto della giunta del paese dove abito è stato quello di proporre l’ inaugurazione e  intitolare il monumento e il bosco delle foibe nella giornata del 25 aprile.
La mancanza di intelligenza storica, di onestà intellettuale,di sensibilità e di correttezza è del tutto evidente. La fame di consenso porta anche allo scadimento.
Uno dei luminari di questa giunta ( si presume espressione sua ciò che è riportato sulla stampa locale) afferma: “ …il monumento non era ancora pronto e quindi abbiamo deciso d’inaugurarlo il 25 aprile, partendo dal presupposto che i morti sono tutti uguali”.
Non è vero che i morti sono tutti uguali, così come non sono uguali i valori che essi hanno incarnato. Ai giovani che incontro, a mio figlio, passo ciò che ritengo fondamentale in una civiltà ossia il significato per i vivi dell’esempio dei morti. I vivi devono distinguere i morti in nome dei valori rappresentati da essi e scegliere quelli su cui fondare la propria vita, una civiltà, uno Stato. Confondere vuol dire essere in mala fede oppure è ignoranza e allora conviene tacere. Ma se è mala fede perchè mira a disorientare, ingarbugliare, intorbidire allora occorre ancora ribadire che la Resistenza deve diventare un atto quotidiano dell’affermazione della verità, della giustizia e della continua tensione a non perdere la memoria.




mercoledì 9 aprile 2014

Dove abita Dio?





 Il più delle volte la mia realtà, l’esistenza quotidiana, mi sembra banale, quasi insignificante nella vita di tutti i giorni, pur pieni di impegni e d’incontri. 

Eppure è questo il mondo dentro il quale vivo, che mi è affidato. 
Del quale devo averne cura e custodirlo. 

E’ questo il mio piccolo mondo, rappresentato da ciò che vivo, mio figlio, mia moglie, gli amici, il lavoro, la politica, le mie passioni, la fede,…

Il mondo in cui cerco di accendere scintille d’amore, in cui cerco bagliori di vita autentica. 

E’ inutile e fuorviante cercare altrove, costruirsi alibi,…

Questa, la nostra esistenza, ovunque noi siamo e comunque viviamo, è la porta attraverso la quale dobbiamo far passare riflessi d’infinito, riverberi d’amore. 

Anche se a volte sembra impossibile, anche se tutto sembra inutile.

Rendere sacri i piccoli luoghi che abitiamo, gli istanti di vita che attraversiamo, non vuol dire vivere in una cappella, costruire cattedrali o ripararsi in un convento. 

Con semplicità renderli sacri vuol dire scaldare la nostra vita e riuscire trasmettere calore. 
Permettere a Dio di abitarci.




“Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mandel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui. “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.  (Martin Buber, Il cammino dell’uomo)






Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano e teologo, arrestato perché prese parte ad una congiura per assassinare Hitler, venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg all’alba del 9 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra.

 Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro (...) Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l'insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono "perduto", lì egli dice "salvato"; dove gli uomini dicono "no", lì egli dice "sì".
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono "spregevole", lì Dio esclama "beato".
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima.
Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia.”  
(Dietrich Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita)

 



venerdì 28 febbraio 2014

Tendi invece alla giustizia,...

Sono sobbalzato dopo aver letto una notizia sul Corriere della Sera del 27 febbraio.  Una di quelle notizie appena accennate, senza grande enfasi. Quasi a riempire un piccolo vuoto su una pagina. Capace però di fotografare, meglio e più d’ogni altra istantanea, la condizione di salute del nostro quotidiano.
In un istituto superiore di Milano, una giovane diversamente abile sulla sedia a rotelle, è al centro di una polemica incresciosa. Alcuni suoi compagni ritengono che la sua presenza rappresenti il motivo per cui diverse gite di classe siano state cancellate. Anche altri suoi compagni (mai come in casi simili vorrei usare questo sacro vocabolo: da cum panis, il dividere il poco e il molto che si ha; il condividere la sorte, la sfiga e la fortuna) non vanno sul tenero attribuendole la responsabilità d’impedire che la classe vada a pattinare o ad equitazione, attività previste dal programma.
Sulla mailing list dei genitori di quella classe intanto s’apre una disputa parallela, accesa come quella dei figli.
Molte le madri a stracciarsi le vesti perché quella ragazza, orrenda portatrice d’una diversità manifesta, impedisce il regolare svolgimento didattico ai loro pargoli. Persino una rappresentante del consiglio d’istituto ha suggerito alla mamma della ragazza “colpevole” di mandare la propria figlia in una scuola speciale.
Sotto un cielo plumbeo che avvolge questa vicenda scorgo il risultato di decenni di trascuratezza educativa, una diffusa propagazione di confusione etica, un infiacchimento della dimensione morale del vivere sociale.
Nell’attuale grigiore vedo la profonda crisi del mondo adulto, neppure più capace di porsi la fatidica inquietante domanda che apre alla speranza: “cosa trasmetto ai miei figli?”.
Neppure più l’interrogativo capace di generare un’attenzione educativa: “chi sono io adulto davanti ai giovani?”; “quali valori posso/devo/voglio loro trasmettere?”.
Il più delle volte passiamo segnali d’una vita misera, gretta. Fatta d’irresponsabilità e cinismo, di meschinerie e ambiguità.
Anagraficamente adulti ma incapaci di trasmettere valori, ideali, richiami a nobili mete; così fragili, vuoti, superficiali, arroganti. Così pronti a emulare le gesta di personaggi squallidi e pusillanimi, così lesti a consigliare scorciatoie ed espedienti per arrivare ad apprezzabili quotazioni sociali. Escort, nani e ballerine han sostituito eroi, santi e profeti.
Perché i giovani dovrebbero essere diversi se gli adulti son la testimonianza di individui confusi, alienati, stupidi?
Sfugge ai più che la parola adolescente null’altro significa che un tempo per diventare adulti. Sfugge perché nessuno lo ricorda più che noi adulti siamo cresciuti guardando gli altri davanti a noi, appunto gli adulti (che non è altro che il participio passato di adolescere ossia crescere). Ci servirebbe la dignità e la fierezza di un san Paolo quando nella prima lettera ai Corinzi scrive: “Quand’ero bambino parlavo da bambino, pensavo da bambino ragionavo da bambino. Divenuto uomo ho eliminato ciò che è da bambino” (13,10-22). Ci vorrebbe il suo coraggio e la sua franchezza quando, con toni appassionanti, parla al suo discepolo Timoteo: “Tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla pazienza, alla mitezza" (1 Tm 6,11b). Son queste le caratteristiche belle dell'essere adulto: la giustizia, la pietà, la fede, la pazienza, la mitezza. 



sabato 8 febbraio 2014

Di vita, di morte e di ciò che si lascia



E’ morto Carlo, un uomo in età avanzata. Un uomo che ha vissuto. Non so nulla di lui, lo conoscevo appena. Ma so che ha amato ed è stato amato dai suoi due figli, dai nipoti e dai tanti che lo avevano conosciuto.

Di questi due figli io ho l’onore di conoscerne (non dico bene, ma quel tanto che basta per poter dire di lui tutto il bene, e benedirlo al Signore) uno, il buon Luigi.

 Dicevo è morto Carlo, il papà di Luigi e oggi ho partecipato al suo funerale. Mi commuovo sempre e i funerali sono difficili da “digerire”. Così anche a questo funerale (se si può dire bello di un funerale ebbene per me lo è stato!), semplice e ricco, con un prete “presente” e partecipe dell’evento che si stava svolgendo, non ho risparmiato lacrime e commozione. 

Mi sono arricchito, ho pregato e mi sono sentito più uomo, più profondamente umano. E contento di far parte d’un popolo che pensa alla morte, celebra la morte, come memoria e come promessa di resurrezione. Come promessa d’accoglienza presso il Padre.

Riflettendo sulla morte, dei miei genitori, dei miei nonni, di cari amici ho sempre meditato sul lasciare semi/segni di sé a chi vive.  Ho sempre pensato, come un ebreo pensa, che son tre cose almeno che un uomo debba fare nella vita e lasciarle in eredità al futuro: il generare figli, il piantare un albero e avere una grande casa per accogliere gli ospiti e gli amici. E da non più giovanissimo son contento d’aver, per così dire, adempiuto a queste “ promesse”.

Al ritorno, in macchina mi è tornato alla mente un brano di un libro, Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury.

 “Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che taglia il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita”.