"El pueblo unido jamas sera vencido..." ............. "... se il vento fischiava ora fischia più' forte..."
Dalla radio accesa una voce seriosa rievoca gli anni di piombo del nostro recente passato.
Stagione rabbiosa e sconvolgente.
L'auto scivola veloce sulla strada a quest'ora di sera. Ancora un paio d'ore e sarò a casa dopo una giornata piena di lavoro.
Lascio i pensieri ad arruffarsi fino a pescare immagini e suoni di tanto tempo fa.
" Vecchia piccola borghesia un giorno il vento ti spazzerà via..."
Tempo lontano mitizzato, reso magico dove ancora i mostri erano vivi e
sputavano fuoco seminando terrore e, spietati, spargevano sangue d'
inermi su piazze e treni.
Gli eroi erano giovani generosi e incoscienti, spiriti caldi, affamati e
assetati di giustizia e verità, corteggiatori di fanciulle dagli occhi
sognanti color del mare.
"... Trionfi la giustizia proletaria...".
Be' non era proprio così ma a lungo mi son trastullato con queste immagini.
Stagione epica, carica di violente passioni, lotte e speranze.
E poi ero giovane e la vita scorre ai piedi dei giovani; in osterie
maleodoranti e fumose tra bagasce e balordi scolando vino e cantare
sino a notte fonda al suono di chitarre "... Sono ancora aperte come un
tempo le osterie di fuori porta...".
Frugo tra i ricordi. Non ho età certa ne volto definito. La barba è
fluente, rossiccia e incolta.
"... Gli eroi son tutti giovani e
belli..." e poi "... A vent'anni si è stupidi davvero quante balle si
ha in testa a quell' età...".
Maschera da duro a coprire paure. " Viva Marx viva Lenin viva Mao Tze-tung"
Ciò che chiarisce il mondo dell'umano è un'affermazione balbettante,
tremolante che spalanca all'inspiegabilità e rimane mistero.
In un certo modo si definisce tutto senza dare - avere- trovare una spiegazione.
Non è lineare la vita ne l'attraversarla è percorso noto, agevole.
Ho strappato istanti di leggerezza tra tormenti e dubbi ostentando
sicurezza e decisione . Spavalderia " ah, ah, ah, una risata vi
seppellirà " .
Zigzagavo tra vita e morte, d' istinto e costretto, mai
risparmiandomi.
Casco in testa calato in volto, tascapane pesante di biglie d'acciaio e
pietre "...e tirare i sampietrini nell'incendio di Milano e le spranghe
sui fascisti e le pietre sui gipponi....".
Pestaggi , corse forsennate ferite e sangue, manganelli, molotov ,
occupazioni, urla , cariche di pulotti e celerini. Una madre disperata e
un padre furibondo.
O da una parte o dall'altra, il tutto o il nulla.
Ho scommesso, si perde o si vince.
Sconfitta e vincita avvinghiate nello stesso campo. Si perde vincendo come puoi vincere perdendo.
"Lotta dura senza paura". Ma dentro, dentro si vive un'altra dimensione, si piange.
Ci si abbraccia per sfidare l'oppressione del vivere.
Ho corso e inciampato, ho seminato e raccolto dolore.
Altri , compagni di vita e scorribande, sono rimasti a terra, travolti e ingoiati dalla storia , da odii e briciole di merda.
Overdose, AIDS, galera, pellegrinaggi in India in cerca di pace.
Per culo o provvidenza mi è andata bene.
C'era un altro me stesso dentro di me e quello mi ha tenuto vivo nascondendomi al mondo.
Ha avuto compassione chinandosi, risparmiandomi.
Preso per i capelli , gettato su un aereo volo diretto Canada Toronto grandi laghi. On the road su un vecchio truck .
E' già tardi, anche le ultime luci del giorno si affievoliscono.
Mentre alla radio trasmettono " Gracias a la vida" a chiusura della
trasmissione su gli anni di fuoco e fiamme e mentre penso a casa a mio
figlio che già dorme e a mia moglie che mi aspetta, mi sorprendo a
canticchiare alcuni passi pieno di gratitudine .
"Tardi t'amai bellezza così antica e sempre nuova".
"Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi" (Etty Hillesum)
lunedì 31 agosto 2015
martedì 21 luglio 2015
un punto zero
Ho sempre pensato che fossero le risposte a rendere
interessanti le persone. Così degne d’ascolto e attenzione.
Consideravo che più risposte si conoscessero più
intelligenza, cultura e studio emergessero.
Ero convinto del fatto che più la persona fosse dotata di pareri e soluzioni, maggiore doveva essere la sua
saggezza e il suo ingegno.
Mi sono ricreduto da quando sono padre.
Sono i bimbi che di continuo chiedono ai padri risposte
certe e definitive a domande a volte anche incredibili.
Ritorno bimbo con mio figlio e ora coltivo più domande aperte
che risposte definitive. Non riescono più a darmi soddisfazione opinioni
travestite da certezze consolidate, verità dogmatiche inossidabili.
Non rinuncio a interrogarmi, a investigare ciò per cui credo
valga la pena.
In questi giorni ho ricevuto nei miei uffici i genitori di
Giulia, una bimba d’una manciata di anni che, a detta della mamma “va in
arresto cardiorespiratorio per niente”.
Giulia mi è descritta come una bimba “che c’é ma non si
sente, la sua è una presenza che non passa inosservata, ma non respira perché
al suo posto c’è un macchinario che dà l’ossigeno di cui ha bisogno, giorno e
notte, non cammina”. …”ma c’è!” a quest’affermazione quasi gridata dal papà ci
si ritrova a sorridere tutti e tre nel mio ufficio mentre porgo loro un caffè.
Mi raccontano di ospedali e cure, di pellegrinaggi e
santuari, di medicina tradizionale e fiori di Bach.
Giulia non riesce a reggere nelle mani nulla, non riesce a
fissarti con lo sguardo. Sembra non ci sia alcuna relazione. Eppure ogni tanto,
quando meno te lo aspetti, alza il pollice e ti sorride con uno sguardo
accattivante. “Verrebbe voglia di
mangiarla” sussurra il papà.
Con versetti ormai noti, impercettibili quasi ad orecchie
estranee, Giulia sembra chiedere “tante grattatine lungo i fianchi e nella schiena”
aggiunge la mamma.
Papà Carlo esprime un concetto bellissimo: “Giulia ci fa
scendere le scale mentre noi avremmo voluto salirle”.
Già anche il fondo delle scale ha un senso e forse è da
quello che occorre riandare, avere il coraggio di ripercorrere l’esistenza, il
vivere quotidiano, dalla scala che porta alla cantina.
Quasi in contemporanea papà Carlo e mamma Gloria insistono
su un punto: “Non siamo rassegnati, neanche minimamente masochisti della
rinuncia, non abbiamo mai amato né desiderato la sofferenza… non ci accontentiamo
di gioie fittizie. E’ una gioia reale,
abbiamo imparato a stare bene anche con Giulia, la nostra unica figlia”.
Riprende Carlo: “non sto dicendo che non sia uno scandalo,
ma è uno scandalo che si chiama Giulia, con due occhi bellissimi e dei chiari
capelli mossi …ed è mia figlia…”.
Ci sono stati attimi di commozione. E le mani di mamma
Gloria accolgono quelle del suo compagno.
Poi riprende: “io mi metto davanti a Giulia e dico ma cazzo
mi hai tolto tutto… non hai niente di quello che io volevo”.
Ritrovo in queste parole un punto di contatto profondo con
quanto Simone Weil diceva a proposito del suo punto zero. Dove sei ridotto a
cosa, spogliato di tutto, dove non conti nulla e sei uno zero assoluto, né ci
sono segni di relazione che ti significano e danno vita e senso, né nudo e
materiale contatto umano. Quando tutte
le attese sono deluse. E’ lì che t’immobilizzi
e forse pare di entrare in contatto con un’altra realtà. Un punto zero come
luogo di pura contemplazione.
In fondo qualsiasi genitore per un figlio si aspetta tutto
il meglio: che sia sano, che parli e cammini, che sia bello, che sia buono e
intelligente,..
Invece nulla di tutto ciò: Giulia è arrivata e di tutto ciò
non ha niente.
Gli abitanti del limite, gli abituali residenti del punto
zero, senza neppure averlo scelto, riaprono domande, non pongono certezze.
Il punto di domanda apre al giorno per giorno,
all’osservazione attenta e instancabile, a riflessioni anche ardite spalancando
lo sguardo sull’orto della fede dove grazia e disgrazia s’intrecciano.
Tutte le teodicee del mondo, con le loro interpretazioni e
ipotesi, Dio c’è/non c’è, punisce/non punisce, benedice/maledice s’inchinano
alla misericordia con cui verremo abbracciati.
L’handicap non rivela né l’impotenza né la potenza di Dio;
forse svela solo il limite dell’umano, di chi lo porta subendolo e di chi lo
guarda.
Neppure può essere benaugurante la morte d’una bimba come
Giulia, quasi grazia affrancatrice.
Io so solo che Gesù, la sola reazione che ha avuto davanti
ad un bimbo morto, è stata che gli è venuto voglia di farlo resuscitare.
Se noi i miracoli non li sappiamo fare l’unica cosa che ci rimane,
è il silenzio, la riscoperta della contemplazione. Aprirci alla preghiera muta,
davanti al mistero.
Saluto papà Carlo e mamma Gloria e pur essendo la prima
volta che ci incontriamo, nasce spontaneo un abbraccio che dice condivisione.
lunedì 13 luglio 2015
“amoriser le monde”
In prima
battuta l’ho apprezzato per alcuni suoi libri (uno in particolare Dialogo
della liberazione) oltre
trentanni fa; e poi leggevo i suoi interventi sulla rivista quindicinale Rocca,
dove teneva una rubrica fissa. Testimone
autorevole che firma un’idea di vita e di fede.
Più tardi lo
conobbi “dal vivo” all’Associazione Ore 11. Lì siamo quasi di casa se non
altro perché da un po’ di anni, a Trevi, nel meeting estivo, cerchiamo un ristoro per l’anima.
E puntualmente
siamo sfamati e dissetati.
E’ un
appuntamento fisso, per noi adulti il convegno e per i bimbi il “convegnino”.
Lì fratel Arturo
Paoli era ospite abituale. Il “nonno Arturo”, come i bimbi lo chiamavano,
intratteneva noi adulti con la sua appassionata narrazione di vita e di fede.
Indicava
segni, la sua parola faceva baluginare nel cuore e negli occhi speranze di
vita; percorsi arditi.
Tutto
cominciò nella sua città di Lucca, dove nacque centodue anni fa.
(Nella
Chiesa di San Michele in Foro sua parrocchia di origine, si celebreranno i
funerali mercoledì 15 luglio prossimo).
Quando
aveva otto anni, sul sagrato della sua chiesa, dove ogni giorno giocava con i compagni, vide
scorrere il sangue, al termine di uno scontro tra fascisti e socialisti che
lasciò a terra due morti e decine di feriti. «Gli uomini non si vogliono bene,
il nostro compito è impegnarci per costruire la pace»: gli disse sua madre, la
sera a casa, dopo averlo tranquillizzato.
Ricordava
spesso questo fatto tragico.
92 anni dopo
– e a pochi giorni dal compierne 100, oltre cinquanta dei quali vissuti lontano
dall'Italia, in particolare nell'America Latina, ignorato e dimenticato perché
il Vaticano non gradiva le sue idee progressiste per costruire la pace – fratel
Arturo Paoli è ritornato lì, dove è partita la sua vita di profeta della
libertà. E dove nacque, memore delle parole della madre, la sua teoria dell’“amorizzare”
il mondo, fonte d’ispirazione di quella teologia della liberazione che negli
anni Settanta infiammò la chiesa sudamericana contro le dittature.
Arturo Paoli, Piccolo
Fratello di Foucauld - Giusto tra le Nazioni e insignito
nel 2006 della Medaglia d'oro al valor civile per aver salvato ottocento ebrei
durante la seconda guerra mondiale – ha celebrato nel novembre del 2012 la
messa nella “sua” chiesa di San Michele.
E’ stato un dono, un omaggio da parte della comunità ecclesiale, per
festeggiare i cento anni di vita di fratel Arturo ma è stato anche un evento
che ha coronato la riconciliazione definitiva con la Chiesa, iniziata nel 2005
con il suo rientro in Italia. L'anno dopo l'arcivescovo di Lucca gli affidò la
canonica di San Martino in Vignale, sulle colline intorno alla città, che da
allora è diventata meta di amici e fedeli provenienti da ogni parte d'Italia
per ascoltarlo. Si rimarrebbe ore ad
ascoltarlo.
Ha parola
chiara, profonda, va dritta al cuore.
Con quella passione, la forza e l'invettiva di sempre, della sua visione
del Cristianesimo non come teoria, ma come pratica di vita, il cui unico fine è
“amorizzare” il mondo e non
proteggere ricchi e potenti.
Sino all’ultimo
non le manda a dire; non risparmia critiche, imputando alla Chiesa una
magnificenza di apparati e manifestazioni a suo giudizio inutili e difendendo
un'altra teologia «nata a Nazareth – dice – dalle mani callose di Gesù e non
nelle accademie». Quella teologia da lui vissuta, corpo e anima, dentro le
favelas e le città dell'America Latina, dove fu protagonista a fianco di chi
lottò e morì per la libertà. E dove lui stesso fu condannato a morte dalla
dittatura militare argentina, da cui riuscì a scappare rifugiandosi prima in
Venezuela e poi in Brasile, dove rimase fino al rientro in Italia, poco più di dieci
anni fa.
Ciò che la
vita ci presenta è sempre dono per chi ha gli occhi della fede; spesso quello che
noi viviamo non è quello che abbiamo immaginato. Anche fratel Arturo, la sua vita di
sacerdote, non l'aveva pensata così. L'allontanamento dall'Italia, infatti, gli
fu imposto, anche se, ha sempre ammesso di vederlo come un privilegio che gli è
stato concesso. «Sono felicissimo – diceva – della vita che non ho scelto». Lui
– fattosi sacerdote nel 1940 «non pensando a un servizio di chiesa – confessa -
ma per seguire un Cristo annunziatore di pace e di libertà tra tutti gli
uomini» – sapeva benissimo quello che voleva fare: costruire la pace e seminare
un po' d'amore, in nome della libertà e dell'uguaglianza, sempre dalla parte
dei perseguitati, dei deboli, dei poveri.
Era un prete
scomodo. Di quelli che poi tracciano scie di luce nella storia della chiesa,
segnando il passo per molti assetati e affamati di Dio.
E alla
Chiesa degli anni Cinquanta – divenuto nel frattempo vice assistente nazionale
della Gioventù dell'Azione Cattolica – non poteva tacere quello che vedeva e
non gli piaceva.
Sostenne,
per esempio, che «la Chiesa sta perdendo le masse popolari, sempre più accusata
di essere la protettrice di ricchi e potenti, di chi ha e non vogliono dare» e
che «non è giusto morire di fame in una società dove c'è tanta gente che muore
per il troppo mangiare» e ancora «sulla croce dell'economia capitalista è stato
inchiodato il povero».
Così, nel
1954, per lui fu trovato un posto da cappellano sulle navi degli emigranti
italiani diretti in Argentina. Sull’oceano, durante una traversata, fratel
Arturo incrociò l'esperienza di un fratello della congregazione di Charles de
Foucauld: decise di farla propria, andando nel deserto per quattordici mesi
come novizio.
Mai,
assolutamente mai nulla succede a caso!
Ed è come piccolo
fratello che nel 1957 rientrò in Italia, per fondare, dopo aver lavorato anche
come magazziniere in Algeria e aver aiutato i più poveri durante la guerra
algerina, una comunità tra i minatori del Sulcis, in Sardegna.
Ancora alle
autorità vaticane le sue prediche erano sgradite, così gli fu suggerito di
lasciare definitivamente l'Italia. Era il 1959. Non è più tornato, fino al
2005. Ignorato e dimenticato dal suo Paese e dalla sua città per decenni,
mentre lui combatteva, con l'unica arma dell'amore, contro le dittature
dell'America Latina.
Il primo
importante riconoscimento per fratel Arturo è arrivato da Israele che, nel
1999, gli ha concesso il titolo di Giusto tra le nazioni e ha inserito il suo
nome nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Con altri sacerdoti nel 1940 fratel
Arturo riuscì a mettere in salvo oltre ottocento ebrei dalle persecuzioni
fasciste e naziste, nascondendoli nel seminario arcivescovile di Lucca.
Infine l’abbraccio
col papa Francesco nel gennaio scorso.
E la
contentezza riverberava dai suoi begli occhi lucenti, ricchi di vita, di fede e
amore.
mercoledì 27 maggio 2015
Le ACLI: scommettere di nuovo nel qui ed ora
Sono anni che
qualsiasi pensiero mi agita nel cuore, ogni lettura e incontro fatto, ogni
evento che mi ha regalato emozioni forti lo annoto su fogli di carta volanti o
su un’agendina che quasi sempre tengo nella tasca o nella borsa. "Non bisogna essere perfetti per
cominciare qualcosa di buono". Recupero la citazione
dell’abbè Pierre all’indomani della tre giorni romana; una tre giorni fitta e
bella, piena e ricca di suggestioni.
D’immagini e parole cariche di stimoli.
L’anniversario delle ACLI (un’associazione settantenne
ma ancora spavalda e provocante come un’adolescente), festeggiato con il Papa
in udienza con oltre settemila aclisti; la beatificazione del vescovo Oscar
Romero, la gita a Roma e la visita al Colosseo con mio figlio e mia
moglie. Le parole del Papa, le
esperienze proposte insieme alla narrazione della storia delle ACLI, la vita e
la morte di monsignor Romero, la festa di popolo, i canti…
Considero la fortuna, la grazia di vivere questi
momenti; di respirare una storia bella, fatta di persone che l’hanno
attraversata lasciando cose buone, proposte audaci, granelli di bene.
Considero grazia e fortuna avere incontrato le
ACLI; mi ritrovo nei gesti e nel pensiero che accompagna da settant’anni il
cammino di generazioni di donne e uomini che hanno seminato speranza, che hanno
contribuito a vivere con e nella giustizia, confidando nel Signore e
abbeverandosi alla grazia della fede.
Non nascondo la piccolezza, a volte la meschinità
di chi abita la storia, omuncoli e faccendieri ne sembrano i padroni (ma mi
pare che ciò sveli ancor di più la presenza, umile e rispettosa, di Dio).
Trattengo un pensiero imbastito nell’aula Paolo
VI in Vaticano, sollecitato da non ricordo quale immagine o parola catturata.
Vi sono volte in cui il desiderare di far bene
ciò che si fa è passione, è piacere, soddisfazione intima e piena. Alcune volte
è boria e pretesa, più una sfida con sé stessi, forse per dare prova di qualcosa,
a sè o agli altri, all’intero universo e a Dio stesso. E genera affanno.
Così al primo segnale di ansia, col tempo, ho
imparato a ridurre la velocità. È un
avvisaglia precisa, nitida; mi dice che sto correndo troppo, che sto chiedendo
troppo. Così rallento sino a fermarmi avendo ben chiaro che se la pretesa della
perfezione, quest’ansia di prestazione mi
aggredisce allora non è più un piacere fare quel che faccio, immergermi nella
concretezza del vivere. Diventa un modo per difendermi dalla paura di fallire e
di sentirmi/mostrarmi fragile.
Allora penso che il perfezionismo sia l’avversario
della concretezza, di quell' arte attraverso cui a volte riesco a districare i
miei grovigli, a trasformare i miei pensieri in oggetti, a creare dal nulla
trasferendo su un foglio un mio pensiero, una mia emozione. A dedicarmi in modo disinteressato, quasi
distaccandomi da me e rivolgendo ascolto e attenzione agli altri.
La perfezione è l’ opposto di quell’energia divina
che abita in ciascuno di noi, come lo sconforto,
la resa e la scetticismo. Sono le due facce della stessa medaglia. Dapprima ci
si gonfia, ci si esalta, si vede solo se stessi, poi arriva l’ansia con i suoi
capogiri che stordendoti fanno cadere giù, deprimendoti, facendoti sentire un
fallito, un incapace che mai riuscirà a fare qualcosa di buono.
Capita di sentirsi dei buoni a nulla e degli
inetti: fa parte di quella fragilità che a volte ci spaventa così tanto, al
punto da opprimerci.
Occorre temere invece quello strano appagamento
che avvolge, senza che se ne sia consapevoli, in cui si crede di aver capito
tutto e poter spiegare ogni cosa articolando
ragionamenti, argomentando e pensando di continuo.
Ma ogni cosa rimane lì. Non le tocchi nemmeno. Così attaccati da quel nemico dalle due facce, si diventa tuttologi, onniscienti;
pronti a distribuire critiche, colpe e croci. Gli altri sbagliano sempre e se le
cose dipendessero da te tutto sarebbe migliore, perfetto.
E tutto rimane ancora lì.
Se non scatta in ciascuno anche un barlume di
concretezza si deve temere. Agire, spingersi e rallentare... far qualcosa di
buono, riconoscere di poter fallire e accettare di sbagliare… sentirsi piccoli
e fragili e malgrado ciò continuare ad osare, a crederci, a sentirsi grandi:
due facce della stessa medaglia, ma che non si combattono più, che accettano di
camminare insieme.
Col tempo ho riconosciuto che la concretezza è un
faticoso equilibrio. Si deve imparare ad utilizzare le proprie ansie per
rallentare, non per accelerare, riconoscere ed utilizzare i propri errori per
imparare e non per punirsi, impiegare i
momenti di fatica per riconoscere di avere bisogno di un aiuto e non per
scoraggiarsi.
Allora si intuisce che si può ricominciare.
Con umiltà e coraggio riconoscere che lo spirito,
l'energia divina in noi, cammina sulle increspature dell'imperfezione, tra le
pieghe dei nostri limiti e si incarna in maniera delicata ed opportuna ogni
volta che, nella distanza tra il dire e il fare, abbiamo l'audacia e la baldanza
di ricominciare.
Anche questa è
parte della storia delle ACLI, è parte di un cammino di fede di uomini tra
gli uomini, è quello che mi ha detto il
Papa, o così mi è sembrato di capire.
Ed è in mezzo all’esaltazione di credere di poter
fare tutto e l’ansia di avvertirsi incapaci, si muove l’equilibrio della
concretezza: che non ci chiede di essere perfetti, quasi enti completi e
realizzati, ma di rimetterci in gioco
scrutando i segni dei tempi e interpretandoli alla luce della Parola.
Di scommettere
di nuovo nel qui ed ora.
Utilizza le tue ansie
per rallentare,
i tuoi errori per
imparare e i tuoi
momenti di fatica per
chiedere una mano
lunedì 4 maggio 2015
Dove la debolezza è forte
Dal
momento in cui nasciamo, per tutti i giorni che avremo da vivere sotto questo
cielo, abbiamo bisogno di cibo e di acqua e di amore e di un senso, un motivo,
un orientamento per non perderci, per non morire, per non farci dilaniare
dall’angoscia e dalla solitudine.
Come
nel deserto il popolo liberato dalla schiavitù doveva, faticando giorno per
giorno, raccogliere la manna senza accumularla e a fatica mantenere il passo
verso un destino da liberi.
Facilmente
scordiamo la nostra origine, passeggeri, mendicanti sotto questo cielo mentre percorriamo l’oggi ricercando saggezza che renda possibile e bella questa nostra
traversata.
Oppure
nel nostro procedere pesante e ostile, arido e violento ci si trova impietriti
e delusi, e soggiogati ci lasciamo andare afflitti.
Una
vita senza soste tra un istante e l’altro, fra parola e silenzio, sospiro e
lacrime e fra noi e gli altri; ciò ci dà l’illusione d’essere nella condizione
di presunto dominio del tempo non cogliendo in esso il mistero.
Noi
percepiamo solo alcuni bagliori di gioia nuziale, raggi fugaci tra infinito e
finito, e ciò che per noi si sparge, si disperde e si spezza, in Dio è racimolato
e custodito gelosamente.
Abitiamo
ogni giorno sperimentando che in esso non vi è nulla di troppo e nulla di non
abbastanza, nulla d’identico e nulla d’inutile.
Avvertiamo
che dentro la vita persiste ciò che alimenta la sua creazione e che il tempo si
fa spazio.
Ci
sono eventi e circostanze, vicende spesso inesplicabili che intrecciano ogni
giorno le trame della vita, amalgama di stupore, impegno, sale e lievito, acqua
e calore, luce: elementi che creano il nostro destino esaltandone il sapore e risaltandone
il valore.
La
manna spegne la fame e basta alla fatica di ogni giorno.
Pur
tra i miei limiti e le sgobbate quotidiane cerco una corrispondenza, una
normalità regolata, un’ordinaria mescolanza che non è nascondimento
rinunciatario, ma penetrazione e fedeltà alla terra.
(In
greco askesis -
ascesi - non significa tanto rinuncia ma esercizio, pratica, abilità di abitare
l’esistenza, di preparare con lo sforzo e la fatica, la bellezza nella/della
vita).
Nell’ordinario
procedere, la regolarità non cerca il risultato, ma vuole trovare valore alla
monotonia dei giorni, un senso alla delusione dei progetti che non si avverano.
Nonostante
gli anni e le disillusioni, le cadute con le ferite date e ricevute.
Così nonostante la pesantezza, devo essere
capace ogni giorno di ridire: “io ricomincio”, conservando la luce degli occhi,
la freschezza del credere e del ringraziare.
Tenendo stretto l’impegno alla fedeltà che
trasuda fatica e gioia.
Vivere
ogni giorno come un inizio dove nulla è ancora deciso, dove a volte il senso
s’oscura e le gambe cedono; dove ogni rischio è ancora aperto e ogni avventura
è ancora indefinita e sospesa.
Dove
la debolezza è forte.
Dove
non rimane che stare in attesa sino ad accogliere un gesto, un segno e far
dimorare nel silenzio più profondo lo Spirito che ci rende nuovi come la luce
ad ogni alba che annuncia il giorno che nasce.
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