domenica 10 febbraio 2013

Nada te turbe, nada te espante (Nulla ti turbi, nulla ti spaventi)



Gioco ancora con le mie carte, pagine della mia vita, scritte anni addietro e rese lettere indirizzate a mio figlio. Questa porta la data del 17.02.2007

Caro figlio mio, mio caro Daris.
Per tanti anni ho camminato a fianco del dolore. Mi sono immerso in esso facendomene carico. Il dolore ti avvinghia, divorandoti. Sono stato testimone oculare di tanta sofferenza. Non si può alla lunga fingere col dolore occupandosene mentendo che non lo sia. Un educatore tra tossici e disperati vari è un uomo intriso di sofferenza, piegato sul male altrui.
Allontanati da chi vivendo nel (e del) dolore altrui afferma di non esserne parte, sostiene di non entrarci.  Non è vero e non può esserlo per due motivi. Perché se lo fosse non sarebbe un uomo e poi se anche vi riuscisse non val la pena conoscerlo.  Negli ultimi tempi ho avvertito come non mai il peso e la fatica del dolore, il travaso prepotente nella mia esistenza.  Il rischio di non voler sentire/vedere/toccare più alcun grado di tribolazione andava a spegnere l’entusiasmo e il coinvolgimento propri di un’attività di rieducazione e cura. L’incognita del distacco andava a sollecitare una qualche facile maschera cinica ammantata di protettiva professionalità. Un vincolo  per un portatore di speranza, un limite nella tessitura d’una relazione umana.
A malincuore e in modo graduale ho lasciato. Penso che vi sia in un qualche recondito angolo della memoria personale, una sofferenza che permette d’essere capita senza bisogno d’interpreti e mediatori. Quando ho pensato di lavorare tra persone tossicodipendenti, vi ho aderito perchè coinvolto personalmente  giovane tra i giovani della mia generazione. Perché ho visto volti di amici e conoscenti spegnersi per la droga e stravolgersi dalla pazzia. Mi ripenso da giovane a come incoscientemente abbia scorrazzato rasentando la follia. Son fatto di carne e sangue; mi sono reso disponibile a far qualcosa per questa terra e per altri suoi figli di carne e sangue. Ho speso di mio ma ho guadagnato molto di più senza calcoli preventivi.  Mi insospettisce l’idea di poter giustificare il dolore di questa terra scomodando fati e dei. Ho smesso di rimanere attaccato a quella sofferenza; il senso d’impotenza acuiva la distanza dal dolore degli altri. Non credo vi sia un senso al dolore tale che lo possa rendere apprezzabile, giustificabile, amabile. C’è forse un senso che in parte lo rischiara rendendolo forse più sopportabile. Ma mai pienamente comprensibile. Caro Daris, come ti ho già detto siamo fatti per la pienezza di vita, siamo chiamati alla gioia; eppure siamo parte di una storia di patimenti. Ho scoperto che occorre fare un cammino, fidarsi di qualcuno che il tragitto l’abbia fatto; qualcuno che ci rassicuri quasi afferrandoci per mano e ci dica “non avere paura, alla fine per quanto grande e spaventoso è il dolore non avrà l’ultima parola. Non avere paura, insieme, con amore, riusciremo ad attraversare la sofferenza della vita”.
 Nada te turbe
nada te espante,
todo se pasa,
Dios no se muda;
la paciencia
todo lo alcanza;
quien a Dios tiene
nada le falta.
                      Solo Dios basta.
(s. Teresa de Jesús)




domenica 3 febbraio 2013

C'E' UN UOMO CHE VUOLE LA VITA E DESIDERA GIORNI FELICI?



Una domenica di tanti anni fa, il 4 febbraio 1990, si spegneva la vita di un uomo che, generosamente, mi ha offerto la sua guida, la sua fiducia e amicizia.
Era un uomo buono, un uomo giusto.
Il suo nome era Giuseppe (Saverio) Nardin, padre dell’Ordine di san Benedetto. Nominato abate dell’Abbazia di san Paolo a Roma, dal 1980 al 1987, successore di D.Turbessi e di D.Franzoni.
La fase di “restaurazione” e “normalizzazione” all’interno della Chiesa  miete parecchie dimissioni anche nel 1987 e tra queste quella di p. Nardin (ufficialmente per motivi di salute) che lascia la guida di San Paolo fuori le mura.
Padre Giuseppe era una persona coraggiosa, tenace e gentile, disponibile al dialogo, capace di costruire ponti attraverso i quali avviare iniziative spesso anticipatrici e profetiche. Attento ai segni del tempi, già dalla fine degli anni sessanta si occupa di consultori familiari di ispirazione cristiana, dei problemi delle coppie, del disagio familiare. S’adopera per l’apertura dei primi consultori pubblici ravvisando la necessità e l’urgenza di una attenta e preparata assistenza sociale (insostituibile). Lavora con la Caritas nazionale di Giovanni Nervo e con quella romana di Luigi Di Liegro. Fonda l’Institutio Familiaris scuola di formazione per operatori familiari, con il pastore valdese Renzo Bertalot rende la Basilica di San Paolo - già sede degli Incontri Ecumenici Paolini - un luogo per incontri di preghiera e dialogo ecumenici e un centro di diffusione delle traduzioni interconfessionali della Bibbia in lingua corrente, dà vita a Centri per l’Assistenza ai Drogati.  Avvia la costituzione della Fraternità Monastica Missionaria, da san Paolo trasferita a Maccarese (Fiumicino) quale comunità di persone, uomini e donne, laici e consacrati, interi nuclei familiari, il cui punto di riferimento rimaneva la vitalità della prima chiesa di Gerusalemme. Ho iniziato a conoscerlo in quell’anno dove, inquieto e assetato d'assoluto, di tanto in tanto trovavo ristoro presso la fraternità.
Da una sua lettera: “Mio caro Daniele siamo tutti davvero come quell’uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?  (salmo 33) siamo capaci di porci autenticamente la domanda sulla felicità?....ecco caro Daniele qual è il dono della fede, quale io ho inteso fosse il ruolo della vita religiosa oggi: formare, crescere persone felici e soddisfatte della propria esistenza…fino a donarla...”
In un angolo del mio cuore ho dedicato uno spazio a padre Giuseppe a cui va la mia gratitudine e affetto.

venerdì 1 febbraio 2013

L'eredità di mio padre




Caro figlio mio, mia gioia,

un martedì notte di undici anni fa chiudevo gli occhi a mio padre. Moriva consumato da un cancro. L’ho assistito al suo capezzale tenendogli la mano, accarezzandogli la fronte e i suoi capelli. Gli sono stato accanto sino all’ultimo respiro. Gli bagnavo le labbra, gli ho sussurrato tante parole d’affetto che probabilmente non gli ho mai rivolto quand’era in vita. Tra le lacrime gli raccontavo tanti aneddoti della nostra famiglia, tanti ricordi che affioravano prepotenti.
Che genere di padre è stato mio padre? Mi ha fatto incontrare e mi ha fatto rispettare la natura, m’ha reso amica la montagna. Mi ha fatto conoscere i nomi delle piante, dei fiori e dei funghi. Mi ha fatto amare il cielo e la campagna. I silenzi della natura, i temporali delle cime, i sentieri con gli scarponi e le piccozze, i pantaloni di velluto a coste e alla zuava, le camicie a quadri di flanella e i calzettoni colorati di lana, i cori della montagna e della resistenza,…dio nei frammenti di vita, l’assoluto liberato da orpelli e cerimonialismi di maniera. Mi ha fatto avvicinare ai sapori buoni e genuini della tavola, regalandomi la gioia della cucina e del buon vino. La ricerca di formaggi particolari e di salami stagionati, di coppe e di ossi di prosciutto crudo da piluccare.  Mi ha trasmesso il gusto della compagnia al suono della sua chitarra, i canti e il ballo. Delle barzellette e delle battute ridicole. La gioia della festa con il dolce che non mancava mai nei giorni comandati. Mi ha insegnato a difendermi, ad avere coraggio e a non calarmi le braghe davanti ad alcuno. Mi ha insegnato a fischiare, ad andare in moto ed in macchina, a pescare e ad arrampicarmi. Non gli ho mai perdonato di avermi intimorito mentre mi insegnava a nuotare. Mi ha fatto imparare ad essere ricco da povero e povero da ricco, ad essere generoso.   Insieme con lui il primo grande viaggio della mia vita, a sedici anni in Canada nelle grandi regioni del Quebec e dell’Ontario; a pesca di salmoni sulla costa del Pacifico e a mangiare carne di bufalo e di alce nei parchi e sulle rive dei laghi mettere al fuoco le trote appena pescate, ad ascoltare Neil Young e Leonard Cohen. Poi ancora nelle miniere d’oro abbandonate nell’interno della valle Anzasca, a girare nella  Val Vigezzo e in Val Grande, a due passi dalla Svizzera a cercare frammenti di rocce particolari e ripercorrere i suoi passi nella repubblica ossolana; poi nelle trincee del Presena e del Gran Paradiso a recuperare dal ghiaccio proiettili e giberne; ad ascoltare i bramiti dei cervi e ad osservare i voli delle aquile in val Paghera e sul corno dell’Omacciolo; mi ha insegnato a catturare le vipere per poi portarle da un farmacista suo amico da cui ricavava il liquido per il siero antiofidico. Con la genziana, il ginepro e il cumino facevamo liquori per l’inverno; affettavamo i funghi da mettere al sole e far seccare. E per Natale recuperavamo pigne, muschio, sassi e quant’altro per fare un grande presepe.  Poi mi ha donato forti emozioni al racconto della sua vita: vita da trapezista, da profugo in Svizzera, da giovane che attraversava la via dei contrabbandieri per portare vettovaglie e messaggi ai partigiani in montagna, a Genova liberata a suonare per gli americani nei bar ridondanti di vita. Mi scaldavo ai suoi racconti incrostati di libertà, spensieratezza, nostalgia, rabbia. Caro Daris, figlio mio, sul letto di morte di mio padre mi sono riavvicinato a lui ed improvvisamente ne ho sentito tutto l’amore di figlio; mi sono accorto di quanto e per quanto me ne fossi allontanato. Lo stavo perdendo eppure c’eravamo così riavvicinati. Oggi  penso che un uomo che insegni a fare tutte queste cose al proprio figlio meriti un buon ricordo, l’onore pieno della memoria. Un affetto e una stima che rimane al di là del tempo.     


lunedì 21 gennaio 2013

Solo un prete



Recupero da scatoloni, ancora zeppi di fogli e quaderni, brandelli del mio passato.
Alcuni mantengono ancora la loro vitalità, una loro ragione anche a distanza di tempo.
Non sono testi profetici ma righe sofferte e pagine di passioni.    Le mie di una vita.

Ottobre 1994. 
Parroco in una chiesa di una diocesi limitrofa a quella di Milano; per alcuni anni diverse volte al mese veniva a cena da me. Le conversazioni erano ricche e stimolanti.

Pochi anni fa ha chiesto e ottenuto di seguire e vivere in una comunità di famiglie aperte all’accoglienza



Un mio amico prete, uno di quelli che non smentisce la sua tonaca da tanti anni portata con amore e onore, mi fa il pregio di frequentare la mia casa puntualmente, onorando il pranzo non luculliano, ma buono e, così lui dice, “ben curato e piacevole anche agli occhi”.
“Vedi” inizia lui “la chiesa dovrebbe avere il sapore di casa tua; una benevolenza fraterna, una condivisione essenziale, un’amicizia robusta e virile…e come il vino che non dovrebbe mai mancare, sincero e abbondante.
Non son più tanto giovane e mi trovo con un sacco di cose che certo come sacerdote faccio, ma, come spiegarti…non sono tipiche del mio ministero.   Non mi son fatto prete, non sono stato chiamato per contare i soldi, per star dietro ai muratori che ripristinano la casa parrocchiale, per provvedere alla manutenzione del tetto della chiesa, per organizzare il pullman per la gita dei giovani, per tenere aperto il bar dell’oratorio… neppure capisco chi fa a gara per accaparrarsi un posto in curia… Certo son cose che faccio, alcune anche più volentieri di altre ma, ti ripeto, tutte queste cose non sono lo specifico del mio sacerdozio.
Devo preparare bene la liturgia, prepararmi bene nell’omiletica, formare ed educare, portare conforto a chi è malato, dare i sacramenti del battesimo, del matrimonio, della riconciliazione, visitare chi ha problemi in famiglia…far sentire la presenza premurosa e amica di un servo del signore alle donne e agli uomini che soffrono sempre più di rapporti autentici; portare una parola e uno sguardo benevolo…affezionare con una presenza vigile e insieme forte e discreta i giovani al Signore…
Si come prete avevo deciso di appassionarmi all’uomo in Cristo….tante volte mi sembra d’essere più un  burocrate, un impiegato che tira a campare…certo amo la Chiesa e per grazia di Dio non la lascerei per nulla al mondo.
Ma pure mi riscopro a vent’anni dal mio sacerdozio, attratto da una concezione di chiesa che ricalchi la dimensione e lo spirito familiare…dove vi sia calore, gioia, partecipazione, condivisione, un guardarsi negli occhi con verità e sincerità…dove certo non mancano problemi e incazzature gridate…Viceversa ho sempre più in uggia una chiesa lontana, presente solo per sentenziare giudizi e dare norme morali ma staccata dagli uomini, dalle vicissitudini che li sorprendono…
Sono un privilegiato ho tutto ma ….un sorriso  può non essere gratuito poiché è bene non dire tutto ciò che si pensa o si vorrebbe dire; dove può celarsi la falsità e l’ipocrisia; dove un prete, rimanendo pur anche in grazia di Dio difficilmente può trovare il calore d’un abbraccio fraterno tra i suoi confratelli.
Monade tra le monadi e solo, lasciato in una solitudine che spesso s’affaccia e sembra soffocarti…ognuno a smazzarsela, pur legittimamente, come meglio crede  o può. Tenendo duro, a volte arrampicandosi sui vetri per non mollare, per non perdere il filo della sua storia che lo lega al Signore…sacerdos in aeternum…
No non è questione solo di curia o di vescovo, di una diocesi sempre più depressa o altro…E’ questione più complessa…è come lo sbiadire, l’allentarsi anche di una fede di chiesa nel suo Signore servo per amore e fedele all’uomo dentro una compagnia di uomini”.


mercoledì 26 dicembre 2012

"Ciao sono Marco..."

"...anche le farfalle volano come gli uccellini solo che volano più in basso.... e anche i palloncini volano in alto ma loro non hanno le ali....io non ho mai volato. La mia mamma dice che gli angeli volano dappertutto anche dove non volano gli uccellini, le farfalle e i palloncini... e anch'io quando diventerò un angelo potrò volare e allora... allora farò scendere tanti baci trasportati dalle gocce di pioggia".

Pioveva a Lecco il quattordici dicembre scorso.            
Il cielo nel pomeriggio si era imbronciato sino a oscurare la Grigna e il Resegone.

Aspettavo l'ultimo appuntamento della giornata. Sulla scheda solo il motivo dell' incontro: "invalidità civile/indennità di frequenza".

Volto le spalle alla porta del mio ufficio guardando fuori dalla finestra l'acqua che scroscia sull'asfalto e le auto già incolonnate lungo le strade. Sobbalzo per una voce sottile accanto a me.

"Ciao sono Marco...".

I genitori rimangono sulla porta in attesa d'entrare.  Mi avvicino salutandoli cordialmente mentre Marco mi aveva preso la mano. Ho sentito le sue dita fredde e bagnate che stringevano le mie.

Marco è un bimbo di sette anni.  Conosce i nomi delle città della Lombardia meglio di qualunque altro bimbo della sua età perchè li associa ai medici e alle infermiere degli ospedali presso cui ha vissuto gran parte della sua breve vita.

 La sua anamnesi parla di sindrome di down associata alla sindrome di West e criptorchidismo destro con ritardo dello sviluppo neuromotorio specie nell'area linguistica con infezioni importanti e ricorrenti delle alte vie aeree.

Milano, Pavia, Brescia, Mantova, Sondrio, Bergamo... non li dice in ordine alfabetico ma in ordine di ricovero.  Prendo posto al mio tavolo e davanti a me siedono il papà e la mamma mentre Marco mi rimane accanto senza mai mollare la mia mano.

Apro un cassetto della mia scrivania (lo chiamo il cesto del tesoro: i bimbi ci frugano volentieri rovistando tra scatoline vuote di formaggini, matite colorate, palloncini, pigne sassolini bianchi e vecchi timbri dell'ufficio) e subito Marco lascia la mia mano chinandosi ad esplorare.

Gonfio due palloncini e li getto in aria verso Marco mentre ascolto quanto dicono i genitori.

Hanno i certificati della commissione medica e la valutazione non lascia spazio a fraintendimenti: "minore invalido con necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita. Indennità di accompagnamento".

Mi chiedono il da farsi, a quanto ammonta l'indennità, come fare per la compilazione delle carte; mi raccontano del loro dolore, della gravità delle patologie del loro piccolo...

Quasi improvvisamente Marco si getta addosso alla mamma, è molto stanco e vuole essere coccolato.

Tra le mani un foglio prende la piega di un aereoplanino che lancio nell'ufficio seguito dallo sguardo di Marco che ride di gusto.

Il papà riprende la parola: "... a Natale saremo all'ospedale di Genova...non sappiamo per quanto tempo".

Raccolgo i loro dati, li informo di quello che sarà l'indennità d'accompagnamento,  intanto accanto a me si avvicina Marco  e mi prende la mano portandola al suo viso strofinandola alle guance e poi sorridendomi mi dice:

"anche gli aereoplanini di carta volano e fanno ridere come gli angeli".          Ho sorriso e l'ho baciato.



P.S. Nel primo pomeriggio di venerdì 21 s'affaccia alla porta del mio ufficio il papà di Marco.  In mano aveva un pacchetto e un foglio con scritto "Ciao  Marco". Nel  pacchetto una mongolfiera in metallo mandatami da Marco dall'ospedale Gaslini di Genova.




  
















domenica 18 novembre 2012

questo nostro Dio compagno di vita



Abbiamo pregato e abbiamo condiviso il cibo.
Abbiamo scherzato e pianto.
Abbiamo partecipato gli uni dell'afflizione degli altri.

Patire insieme è forse più sopportabile.
Il dolore non cessa di essere tale perché condiviso ma è forse più tollerabile. Persino a volte sensato.

Le lacrime scorrono meno feroci se ad asciugarle ci sono gli amici.

E il buio di un seminterrato diventa la più splendente delle cattedrali per incontrare la parola di Dio.

Il pianto si placa nell’abbraccio. 

Una Chiesa che abbraccia rende ospitale un  mondo a volte ostile, a volte chiuso. Indifferente alle lacrime.

Una chiesa che abbraccia accoglie il dolore sempre incomprensibile e assurdo rendendolo persino speranza ai piedi della Croce.

Speranza come nel giorno della Pasqua.

Il segno dell’abbraccio e della condivisione è il segno della vitalità di Dio che ancora abita tra gli uomini.

Son sempre stato attratto dal Dio che piange per il suo popolo, che geme e singhiozza con il suo popolo. 

Mi hanno sedotto le lacrime che il Signore versa per le sofferenze patite dall’uomo. 

Dolore inutile il nostro, di donne e uomini (co)stretti alla vita.
Piegati e piagati del vivere sino allo sfinimento.
Sino all’impossibilità di assecondare il fluire dell’esistere.
Quasi un Dio inutile davanti al dolore e alla morte.

Per simpatia, per condivisione con un abbraccio entra nell’umanità caricandosi  di sofferenze e di morte.

E Dio si fa inutilmente piccolo, umano, nostro compagno di vita.




sabato 10 novembre 2012

Le tre R: Relazioni - Riposo - Risorto

Il business è l'unica legge osservata. La vulgata di questo tempo triste.
Negli ultimi anni s'è imposto un costume nuovo. Certo con gradualità, non in modo sfacciato. Impegnare il giorno di festa, specialmente la domenica, per gli acquisti nei negozi e nei centri commerciali. Ci hanno inoculato un refrain subdolo e falso: lavorare è necessario per uscire dalla crisi. Per cui si deve lavorare nei giorni di festa e di notte. Nel 2011 è avvenuto un fatto nuovo: il primo maggio, la festa del lavoro e per antonomasia giorno di riposo dei lavoratori, ha subito la pressione mediatica e interessata perchè fosse giorno lavorativo. La manfrina usata: la crisi, l'inopportunità di un giorno festivo, la montatura dei tanti e troppi giorni di non lavoro,..
La sacra alleanza tra la grande distribuzione e le imprese commerciali ha stabilito questa legge; il suo vero nome è ricatto. Gli inizi dell'anno in corso coincidono col decreto Salvaitalia (?!) che liberalizza le aperture dei negozi e centri commerciali ventiquattro ore al giorno su ventiquattro, sette giorni su sette la settimana. Certo non si tratta di obbligo ma di sola possibilità.
Si tratta di un fatto nuovo, di natura prima di tutto culturale che intacca il tabù per cui il bene dei consumatori coincide con la massima apertura degli orari dei negozi e centri commerciali. Gli affari sono affari; gli incassi della domenica della grande distribuzione sarebbero inferiori solo a quelli realizzati il sabato. Nessuno scrupolo nei confronti dei lavoratori, delle loro famiglie, dei negozi di vicinato che abbassano le saracinesche per via di una concorrenza spietata e impari, le altre attività diverse dalla compravendita delle merci,..

Ben venga allora l'iniziativa  che parte dalla diocesi di Padova  e raccontata sulle pagine di la Repubblica di oggi a firma di Michele Smargiassi. Cercasi disperatamente vescovi e preti e laici non passivi e coraggiosi.

“Rinunciate allo shopping domenicale” Il vescovo di Padova lancia la crociata
di Michele Smargiassi                   in “la Repubblica” del 10 novembre 2012

PADOVA, parrocchia del Buon Pastore, quartiere Arcella, zona difficile. In canonica Rita, catechista con grinta, fotocopia i “moduli di boicottaggio” da far firmare ai parrocchiani, domenica prossima, all’uscita da messa. C’è scritto: «Mi impegno a non andare a fare la spesa di domenica, per non sostenere con i miei consumi l’apertura dei centri commerciali nei giorni festivi». Scusa  Rita, e se mi manca il burro? «Bussa alla porta del vicino. Così magari ti fai anche un amico».
La sfida è partita. Un’intera diocesi, una delle più grandi d’Italia e forse la più solida, quella di  Padova, la città del Santo, si mette in marcia contro il furto del giorno del Signore. Con la  benedizione del vescovo Antonio Mattiazzo. E senza timore di usare quella parola così forte:  boicottaggio. Sette mesi di campagna all’insegna delle «tre R: Relazioni, Riposo, Risorto», tutte le  parrocchie e le associazioni mobilitate.
Non è più la solita predica. Fin dal Vaticano Secondo la protesta della Chiesa contro il lavoro  domenicale non necessario è severa, non c’è Papa che non l’abbia ribadita dal più alto soglio, ma  questa volta si passa dalle parole anche illustri ai fatti, minuti e probabilmente efficaci. La raccolta  di impegni individuali firmati di boicottaggio è solo il primo. Poi le parrocchie compileranno “liste bianche” di negozi che rispettano la festa, le affiggeranno sui sagrati, le pubblicheranno nei bollettini, le contrassegneranno con adesivi da esporre in vetrina invitando i fedeli a fare spesa solo lì. Poi le cattedrali della fede beffeggeranno le cattedrali del consumo esponendo sulla facciata lo striscione polemico: “Questa chiesa è aperta anche alla domenica”. Poi i giornali diocesani, con un certo sacrificio economico, rifiuteranno inserzioni pubblicitarie di negozi che non rispettano il riposo domenicale. «La cosa più difficile sarà convincere il rettore del santuario di Sant’Antonio a  chiudere il negozio di souvenir alla domenica, ma se non diamo noi il buon esempio... », sorride padre Adriano Sella sulla soglia della cappellina di san Giuseppe Lavoratore, in piena zona  industriale.
Ex missionario in Brasile, tornato in Veneto perché «ormai la terra di missione è qui», direttore  della “Commissione diocesana per i nuovi stili di vita”, padre Adriano è l’uomo che ha ideato e  coordina la mite ma decisa offensiva. «Non è una crociata contro i supermercati. È la riscoperta del valore del tempo del riposo, della famiglia, delle relazioni umane. La domenica non è l’ultimo  giorno del weekend, e non è neanche soltanto il giorno del Signore, anche noi, Chiesa, dobbiamo evitare di riempirla di riti e cerimonie. Il giorno senza lavoro è una necessità primordiale,  antropologica dell’uomo, non solo un comandamento del credente. Il riposo infrasettimanale non  compensa nulla, perché ciascuno ha un giorno diverso e non ci si incontra più: mentre la domenica è  della comunità, è di tutti ed è assieme», spiega mentre guida sulle strade della provincia a distribuire  il vedemecum di 24 pagine con le istruzioni dettagliate per la campagna e a incoraggiare le sue  truppe disarmate.   Nell’anno 304 ad Abitène, oggi in Tunisia, 304 cristiani affrontarono il martirio al grido di «senza  domenica non possiamo vivere!». Ai boicottatori dello shopping, padre Adriano chiede molto meno  sacrificio ma più fantasia. E la trova. A Due Carrare Caterina, responsabile del patronato di San  Giorgio, ha coinvolto l’amica professoressa Anna Chiara, e domenica si porta tutto il paese a  passeggio tra le sconosciute memorie storiche della zona, l’abbazia di Santo Stefano, il ponte    
romano, la villa veneziana: «La gente scappa nei centri commerciali perché ha paura del vuoto della
domenica. Bisogna offrire alternative ». A Cazzago Gianni Simonato, tecnico informatico, sta ridipingendo il vecchio circolo Acli: «Offriremo il caffè dopo la messa, per continuare a stare  insieme », come si fa in certe chiese anglicane. In sala biliardi un monitor sempre acceso pubblicizza il boicottaggio. Qui la minaccia è seria, si chiama Veneto City, progetto di megacentro commerciale in piena campagna, «già adesso la domenica il paese si svuota, vanno tutti a Padova o  a Mestre a fare spese, figuriamoci dopo». A Maserà, nella sua curiosa chiesa-pagoda, don Francesco  Fabris è preoccupato: «Vengono le mamme commesse di negozio a chiedermi aiuto, “fate qualcosa  voi, il sindacato ha già firmato l’accordo per il lavoro domenicale”, cosa posso fare per queste  persone?». Il 4 marzo scorso a Padova le commesse sfilarono per strada con il codice a barre  appuntato sui grembiuli per dire “la domenica non ha prezzo”. Bene, don Francesco farà qualcosa:  domenica 18 metterà una tenda davanti alla chiesa per pubblicizzare il boicottaggio. Antonio fa il
cassiere in un ipermercato di un grosso centro della provincia, «tre domeniche al mese obbligatorie, sto per sposarmi, penso ai miei figli: potrò stare con loro solo un giorno al mese?», allora ha organizzato un boicottaggio privato e controllato: ha imposto a parenti e amici di non farsi vedere da lui in negozio alla domenica, «qualcuno poi passa lo stesso, arrossisce e mi chiede scusa... ».  Battaglia difficile, Rita la catechista lo sa. «Vanno a fare shopping perché così anche la domenica  possono evitare di parlare con altri esseri umani: parlano solo con le scatolette di pomodoro». Don Vlastio, il suo parroco, cerca di contenerla un po’: «Non dobbiamo colpevolizzare nessuno... ». Ma  a sorpresa, la campagna che sta per partire conta già un convertito eccellente, nientemeno che il  comandante del campo avverso, il presidente dell’Ascom di Padova Fernando Zilio, lui che per un anno ha bisticciato sui giornali locali con il vescovo proprio per le aperture domenicali, ma che si è ricreduto quando, con le liberalizzazioni del governo Monti, ha visto la potenza di fuoco delle grandi catene dell’“aperto ogni domenica!” abbattersi disastrosamente sul fatturato dei suoi “piccoli”, i negozi a conduzione familiare: «Aveva ragione monsignor Mattiazzo, ha visto più avanti di me. Qualche negozio nei centri storici, per il turismo, può anche aprire alla domenica, ma questo sistema non è giusto, e forse non rende neppure». Padre Adriano si attende molti altri folgorati sulla via dello shopping.