venerdì 28 febbraio 2014

Tendi invece alla giustizia,...

Sono sobbalzato dopo aver letto una notizia sul Corriere della Sera del 27 febbraio.  Una di quelle notizie appena accennate, senza grande enfasi. Quasi a riempire un piccolo vuoto su una pagina. Capace però di fotografare, meglio e più d’ogni altra istantanea, la condizione di salute del nostro quotidiano.
In un istituto superiore di Milano, una giovane diversamente abile sulla sedia a rotelle, è al centro di una polemica incresciosa. Alcuni suoi compagni ritengono che la sua presenza rappresenti il motivo per cui diverse gite di classe siano state cancellate. Anche altri suoi compagni (mai come in casi simili vorrei usare questo sacro vocabolo: da cum panis, il dividere il poco e il molto che si ha; il condividere la sorte, la sfiga e la fortuna) non vanno sul tenero attribuendole la responsabilità d’impedire che la classe vada a pattinare o ad equitazione, attività previste dal programma.
Sulla mailing list dei genitori di quella classe intanto s’apre una disputa parallela, accesa come quella dei figli.
Molte le madri a stracciarsi le vesti perché quella ragazza, orrenda portatrice d’una diversità manifesta, impedisce il regolare svolgimento didattico ai loro pargoli. Persino una rappresentante del consiglio d’istituto ha suggerito alla mamma della ragazza “colpevole” di mandare la propria figlia in una scuola speciale.
Sotto un cielo plumbeo che avvolge questa vicenda scorgo il risultato di decenni di trascuratezza educativa, una diffusa propagazione di confusione etica, un infiacchimento della dimensione morale del vivere sociale.
Nell’attuale grigiore vedo la profonda crisi del mondo adulto, neppure più capace di porsi la fatidica inquietante domanda che apre alla speranza: “cosa trasmetto ai miei figli?”.
Neppure più l’interrogativo capace di generare un’attenzione educativa: “chi sono io adulto davanti ai giovani?”; “quali valori posso/devo/voglio loro trasmettere?”.
Il più delle volte passiamo segnali d’una vita misera, gretta. Fatta d’irresponsabilità e cinismo, di meschinerie e ambiguità.
Anagraficamente adulti ma incapaci di trasmettere valori, ideali, richiami a nobili mete; così fragili, vuoti, superficiali, arroganti. Così pronti a emulare le gesta di personaggi squallidi e pusillanimi, così lesti a consigliare scorciatoie ed espedienti per arrivare ad apprezzabili quotazioni sociali. Escort, nani e ballerine han sostituito eroi, santi e profeti.
Perché i giovani dovrebbero essere diversi se gli adulti son la testimonianza di individui confusi, alienati, stupidi?
Sfugge ai più che la parola adolescente null’altro significa che un tempo per diventare adulti. Sfugge perché nessuno lo ricorda più che noi adulti siamo cresciuti guardando gli altri davanti a noi, appunto gli adulti (che non è altro che il participio passato di adolescere ossia crescere). Ci servirebbe la dignità e la fierezza di un san Paolo quando nella prima lettera ai Corinzi scrive: “Quand’ero bambino parlavo da bambino, pensavo da bambino ragionavo da bambino. Divenuto uomo ho eliminato ciò che è da bambino” (13,10-22). Ci vorrebbe il suo coraggio e la sua franchezza quando, con toni appassionanti, parla al suo discepolo Timoteo: “Tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla pazienza, alla mitezza" (1 Tm 6,11b). Son queste le caratteristiche belle dell'essere adulto: la giustizia, la pietà, la fede, la pazienza, la mitezza. 



sabato 8 febbraio 2014

Di vita, di morte e di ciò che si lascia



E’ morto Carlo, un uomo in età avanzata. Un uomo che ha vissuto. Non so nulla di lui, lo conoscevo appena. Ma so che ha amato ed è stato amato dai suoi due figli, dai nipoti e dai tanti che lo avevano conosciuto.

Di questi due figli io ho l’onore di conoscerne (non dico bene, ma quel tanto che basta per poter dire di lui tutto il bene, e benedirlo al Signore) uno, il buon Luigi.

 Dicevo è morto Carlo, il papà di Luigi e oggi ho partecipato al suo funerale. Mi commuovo sempre e i funerali sono difficili da “digerire”. Così anche a questo funerale (se si può dire bello di un funerale ebbene per me lo è stato!), semplice e ricco, con un prete “presente” e partecipe dell’evento che si stava svolgendo, non ho risparmiato lacrime e commozione. 

Mi sono arricchito, ho pregato e mi sono sentito più uomo, più profondamente umano. E contento di far parte d’un popolo che pensa alla morte, celebra la morte, come memoria e come promessa di resurrezione. Come promessa d’accoglienza presso il Padre.

Riflettendo sulla morte, dei miei genitori, dei miei nonni, di cari amici ho sempre meditato sul lasciare semi/segni di sé a chi vive.  Ho sempre pensato, come un ebreo pensa, che son tre cose almeno che un uomo debba fare nella vita e lasciarle in eredità al futuro: il generare figli, il piantare un albero e avere una grande casa per accogliere gli ospiti e gli amici. E da non più giovanissimo son contento d’aver, per così dire, adempiuto a queste “ promesse”.

Al ritorno, in macchina mi è tornato alla mente un brano di un libro, Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury.

 “Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che taglia il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita”.




sabato 25 gennaio 2014

Mai disperare e mai acquietarsi all’esistente

Da alcuni mesi c’ è fermento in paese. Si andrà a votare. L’elezioni amministrative prossime accendono gli animi, scaldano i motori degli sparuti gruppi politici presenti. Il sindaco in carica dopo due mandati lascia.   

Alleanze, programmi, liste, uomini da piazzare, pari opportunità per genere; e poi scelta del nome per la lista, giri di valzer dei soliti noti. Liti. Volti e nomi da anni e decenni conosciuti. Promesse, menzogne, gelosie, invidie, aspettative, e poi ancora pretese, ripicche, astiosità, personalismi, prenotazioni di posti in lista, accaparramenti di poltrone in giunta, conta dei “miei” e conta dei “suoi”, …

Tutto ciò non mi attrae. Anzi mi indispone.

“Dobbiamo vincere… solo vincendo possiamo fare tutto ciò che vogliamo fare…abbiamo sempre fatto così….la politica è fatta di queste cose…. Quando ci saremo noi al governo dell’amministrazione sarà tutta un’altra storia…i nostri uomini sono migliori, più onesti… i loro sono il peggio, gente che è li per tornaconto personale…bisogna creare l’unità di tutto il centro sinistra…idem per il centro destra….”.

Chi bazzica gruppi che entrano nell’agone politico si ritrova ad ascoltare queste profonde e articolate riflessioni, a volte condividendole ingenuamente per spirito d’appartenenza, per partigianeria. A volte per malafede. E non sono pochi coloro che “scendono in campo” per “spirito di servizio,.. per il bene del paese…”.  

Ho un altro passo. Presuntuosamente diverso.
Credo che pur non essendoci una politica o un’economia cristiana c’è sicuramente una maniera cristiana di attraversare la storia, di camminare con l’umantà: servire l’uomo, non asservendolo, mettersi dalla parte dell’umanità più debole, privilegiare la logica della fedeltà alla piccolezza. “Far strada ai poveri senza farsi strada” (ancora don Milani).

Non acquietarsi, non stare mai tranquilli, non avere paura di osare altro percorrendo strade impervie e sentieri poco battuti.
Aldo Moro, nel 1973 al XII° congresso della Democrazia Cristiana affermava che il richiamo all’esperienza di fede dev’essere avvertito – nell’agire politico – come “principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente”.
Mai disperare e mai acquietarsi all’esistente. Il cristiano come qualunque altro uomo di buona volontà dovrà riconoscere che ben poco potrà dipendere da lui come ben poco potrà rimediare al male che lo circonda, di cui è vittima o spettatore.
Eppure quel poco che potrà fare lo dovrà ricercare e compiere con tutte le sue forze senza mai rinunciarvi in partenza, con la fiducia che anche da un minuscolo e insignificante seme possa venire un qualche effetto positivo per l’umanità circostante.
Non è forse vero che un pochino di lievito può far fermentare tutta la pasta?  (il riferimento è alla I lettera ai Corinti).   In verità non ci crediamo. Siamo tutti ammaliati dal potere, dalla gestione del potere. E il potere fa sentire importanti, indispensabili, grandi persone.

Nel contesto sociale attuale non è difficile scorgere la disgregazione, il disfacimento di assetti consolidati, la polverizzazione dei rapporti umani. La politica, ciò che ne è rimasto, non è nelle condizioni per intervenire risollevando le sorti del vivere. Non ne ha l’autorevolezza morale, non ha riferimenti valoriali nobili, né uomini capaci di testimoniare con credibilità e tensione etica un reale percorso verso il cambiamento.  Il modo che abbiamo di rappresentare e concepire la politica è vecchio, anacronistico. Nel peggiore dei modi avvilente, arrogante, inetto, volgare.
Occorre ricostruire il tessuto connettivo del vivere civile.
Ricreare le condizioni di una vita buona. Disegnare scelte “prepolitiche”, scelte di vita che possano  stimolare ad orizzonti più alti per ogni legittima e varia opzione concreta e infine partitica o di schieramento. Tessere uno stile di vita improntato alla sobrietà.
Abbozzare corpi intermedi, costruire fraternità e passioni comuni, per formulare una promessa e cambiare il futuro. Per avere un tempo aperto al sogno.     Corpi intermedi: dal più piccolo, la famiglia, al più complesso perché proiettato fino dentro le istituzioni, il partito.

Cosa resta della politica se tutto diventa competenza tecnica o governabilità, per di più costretta dentro rotaie anguste già realizzate da altri?  Cosa rimane se si trasforma in esercizio di potere e attività di consenso? Cosa può fare se si riduce ad affermazioni personali o di gruppi?
La politica è avventura, rischio: il contrario della neutralità  Per questo può cambiare il corso degli eventi. Ma per farlo deve avere i suoi strumenti: le istituzioni e, prima ancora, la comunità organizzata. Il partito – come il sindacato, la cooperativa, il movimento, il comitato, l’associazione – non è un totem, è uno strumento che non può sostituirsi al fine. Uno strumento serve, è indispensabile per tentare di uscire dalla frantumazione, che è condizione di servitù.
Occorre lavorare con passione alle cose buone che si possono fare oggi, sapendo che non sono perfette e che il desiderio di una comunità è andare oltre, pensare ad un futuro migliore. 
La profezia non è incompatibile con la politica. Basta crederci, scommettere e lasciarsi ispirare ancora dal principio di non appagamento.  

martedì 21 gennaio 2014

ammetto

Ammetto il perdurare del disagio giovanile. Ancora l’ostilità perseverante nei confronti di giovani. Chi come me che giovane non è più ha faticato per affermarsi, urlando e scontrandosi con la generazione dei padri.  Era una lotta per non soccombere, per emergere. Per conquistare spazi di vita e poter dire “decido io”.

Ammetto che siano cambiati i tempi, sono mutate le coordinate sociali.

Ammetto che oggi i giovani vivono in una realtà decrepita, malata sin nelle profondità, di una malattia che a volte ritengo sia così virulenta da non lasciare spazio al futuro.

Per oltre ventanni sono stato a contatto con la “generazione di sconvolti senza più né miti né eroi”, smorzati e annichiliti, divorati dalla droga e dalla follia, dall’AIDS e dall’esistenza piagata dalla ferocia della solitudine mortale.

I pendolari del buco e del metadone oggi oscillano con altre scimmie. E vagano armati di cellulari e smartphone, twittando e chattando su facebook, ridotti a isole e chiusi nei loro isolamenti.
La strage di anime e corpi è meno evidente, più subdola.  Cresciuti fin da bambini con una volgare e dilatata pubblicità di un nichilismo vomitato ad oltranza dai mass media, rimpinzati con “piste” quotidiane di discorsi vacui conditi da immagini violente e volgari sdoganate ovunque. Ammansiti con inviti espliciti ad abitare l’inumanità e il terrore, sino al rovesciamento e alla trasmutazione dei valori di bello, buono e vero.  Chiamati a risiedere in città orribili e svuotate d’umanità e trascorrere un tempo mercificato e carico di noia mortale in quei non luoghi di nauseanti centri commerciali.

Ammetto che la paralisi letale del sistema sociale ed economico dentro il quale ci troviamo è conseguenza e causa della narcosi dentro cui abbiamo costretto i giovani.

Ammetto la mancanza di testimoni e maestri, di coscienze critiche capaci di suscitare passioni, ribellioni, lotte. Capaci di risvegliare speranze, mettere in moto sogni. Far baluginare davanti agli occhi segni di vita autentica. Di rivoluzioni contro ogni ingiustizia. Di far nascere l’indignazione davanti all’urlo muto di chi soffre ogni giorno per vivere.

Ammetto il fallimento, la diserzione e la pusillanimità del mondo adulto.

Ammetto che la lotta è impari, le subdole persuasioni e la narcosi disseminate sono devastanti.

Ammetto l’impossibilità del nostro sistema a rendere vive le giovani generazioni, a rianimarle rendendole entusiaste nel compito di crescere e assumersi le responsabilità davanti se’ stesse per muovere la storia rendendola abitabile, umanamente abitabile.

Ammetto che non sarà possibile accordare per lungo tempo ancora, come i monarchi assoluti facevano, concessioni, elemosine.

Ammetto che ho imparato, anche sulla mia pelle, che è nei momenti più oscuri, quando sembra che tutto ti cade addosso, quelli in cui ci si decide a compiere scelte forti e coraggiose di cambiamento che altrimenti mai saremmo stati in grado di compiere.

Ammetto che un cambiamento non potrà essere incruento. Chi possiede, da sempre, cercherà di non concedere nulla a chi non ha.

Ammetto anche che ci si deve attrezzare, la lotta sarà lunga e dura e allora occorre avere un equipaggiamento di tutto rispetto.

Ammetto che l’essenziale dell’equipaggiamento è dato da due movimenti: la vita contemplativa, quella dell’ascolto e dell’interiorità e quella di una cultura rinnovata, di un rinnovato e coraggioso pensiero capace di denuncia e di critica, di profezia e annuncio. Di una fierezza dello spirito, Di un procedere fiero. Di un pensiero e uno sguardo sul vivere sprezzante la mediocrità, la grettezza.

Ammetto che l’insignificanza dell’azione politica è resa più marcata per l’assenza di una vita interiore ricca e per il  vuoto culturale rappresentato da una classe politica improntata e diretta  solo all’auto mantenimento e alla preservazione del potere.

Ai miei giovani, malati e curvati nell’animo chiedevo loro uno scatto d’orgoglio: “cos’hai da perdere”.
Ancora credo valga la pena far risuonare nel cuore nostro e dei nostri giovani questa domanda.

Ammetto che è solo l’impegno interiore, quel costante caparbio lavoro quotidiano capace di donarci la forza della visione, fino a condurci alla liberazione dalle  suggestioni e sortilegi bloccanti  ad un sovrastante Vuoto, spacciato divinità e reso indiscusso potere assoluto.







sabato 4 gennaio 2014

i cristiani...temerari, capaci di generare vita



A volte scordo un presupposto fondamentale. Un presupposto lampante, certo ma sgradevole. Sarà questo il motivo per cui facilmente lo trascuro, lo nascondo fino a censurarlo. Quale sarebbe?

Questo: non tutto ciò che viene da me, quello che faccio e che penso per il semplice motivo che proviene da me è una buona cosa, è il meglio che possa esprimere.

Ho avuto questo precisa folgorazione qualche giorno fa nel “dovere di sedersi”, quell’ appuntamento mensile in cui mia moglie ed io ci prendiamo il tempo per raccontarci di noi, per pregare insieme, per riprenderci  e rimotivarci, per ridisegnare le nostre mappe, le nostre mete, i nostri desideri,…

E’ vero che non lo dichiaro apertamente però, lo devo onestamente riconoscere, in pratica mi comporto come se effettivamente fosse così.

Il pensiero di diventare buono o più buono, il proponimento di diventare più retto o migliore e quindi di progredire verso un modello di perfezione, è un concetto che io presento a mio figlio e non presento immediatamente a me stesso; più o meno appagato di così  come sono non riconosco il bisogno di crescere, di migliorare.  In fondo è come se ammettessi “io sono arrivato”, “sono realizzato”, “sono un perfetto cristiano”,…Oppure, e per me è un pensiero ben peggiore perché deprime e schiaccia  tentativi e tensioni, fino a farmi ritenere impossibile qualsivoglia miglioramento, arrivo a convincermi che "tanto non sarò mai...!".

Riconosco che vi sono persone insoddisfatte di se stesse, e quindi in perenne ricerca, tentennanti nel loro cammino.  
Ma sembra a me che siano una minoranza e neppure tanto invidiata perché l’insoddisfazione, e quindi la ricerca del miglioramento, genera sofferenza, provoca tormento.

Son convinto che la stragrande maggioranza dell’umanità, persino la gran parte dei cristiani, sia soddisfatta di se’, sia appagata della posizione raggiunta, sazia di sé stessa, persino capace di “vendersi” e spacciarsi come gente da invidiare, imitare.

Crede in sostanza di essere al (il)  meglio, di avere raggiunto le vette e neppure è sfiorata dall’idea di dover ancora muoversi, cambiare, migliorare, rinnovare il desiderio di perfezionarsi.
Scorgo in questo la pesantezza (anche nel senso di “noiosità), la mediocrità, la scarsa vivacità che grava sulla Chiesa.

Una Chiesa, noi cristiani, come gente statica, pesante, seduta, quasi inaridita e incapace di slanci, chiusa a prospettive ampie. Capace solo di ripetere sino allo sfinimento “si è sempre fatto (pensato, detto, goduto, amato,…) così”.

 Eppure sembra a me che ogni qualvolta mi confronto con il Vangelo mi vengono rinviate  parole chiare, pensieri sempre nuovi, capaci di far volare desideri ed esistenze, liberare sogni, sciogliere catene.

E' bene ricordare che lo Spirito di Dio non si è posato su di noi ma su Gesù Cristo. E’ lui l’uomo giusto, non io.

Lui è il modello cui conformarmi perché possa riconoscere in lui, uomo giusto, il giusto modo di vivere.

L’idea di diventare migliori, di diventare buoni per un cristiano adulto trova riferimento nel dovere di rifarsi a Gesù Cristo. Una vita tutto sommato “spericolata”, poco incline a quel ricercato equilibrio tanto caro a scafati politici e  navigati prelati esperti di affari curiali, tenaci acrobati nel non cambiar nulla.

Il modello di Gesù rinvia a donne e uomini non annoverabili tra gente scialba e ferma, sfiduciata e senza prospettive; neppure catalogabili tra persone solo votate all’azione, impegnati a fare, pur belle e nobili, cose  culturali, sociali o politiche.

Penso che il cristiano sia una persona impegnata prioritariamente a modellare la propria vita su Gesù Cristo. 

I cristiani sono, meglio dovrebbero essere, i santi che è un termine un po’ sbiadito per dire che devono vivere come il loro Signore: gente aperta all’ascolto e alla preghiera,  temerari, capaci di generare vita scommettendo la propria esistenza e accordando la fiducia a quel qualcuno che li ha fatti innamorare.

domenica 29 dicembre 2013

Tra amici e il "mi sta a cuore"



Non è mai lunga la strada che porta a un amico. Da tempo non ci si vedeva e così ieri siamo stati a casa di amici.   Il Fabri, la Giò, la piccola Sofia. Un po' di anni da raccontarci; patemi d'animo da condividere. 
Tralascio il post che avevo in mente. Amanti di don Milani anche loro, nella giornata di ieri i riferimenti a Barbiana sono stati diversi. Come l'accostare il ciò che ciascuno di noi vive, nel proprio pezzetto di chiesa, al modello "alto" preso a riferimento. Agli esempi quotidiani di un vivacchiare ecclesiale con una ridotta capacità di responsabilità condivisa; d'un fare chiesa dal volto piccolo borghese: ciascuno a casa propria, ognuno, monade tra le monadi, ad arrabattarsi  coi propri problemi e difficoltà!

Avverto sempre più la necessità di far risuonare dentro di me frasi tratte dalle letture di chi mi ha in parte indirizzato alla fede.   Siamo nel dicembre del 1954 e don Lorenzo Milani sale a Barbiana, isolata e quasi sperduta parrocchia sul monte Giovi, nel Mugello.  In questa  realtà “inessenziale” di campagna, all'apparenza così insignificante nel piano umano (e anche nell'economia divina),  il don inizia  ben presto a raggruppare i figli delle famiglie contadine disseminate sulle montagne di Barbiana.
Nel pensiero di don Lorenzo la scuola è in grado di dare ai poveri dignità e di renderli protagonisti. Così il don invita alla responsabilità i suoi ragazzi, facendo scrivere loro “I care”  (“su una parete della nostra scuola c’è scritto grande I CARE. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori: me ne importa, mi sta a cuore. L'esatto contrario del motto fascista me ne frego” avrà modo poi di spiegare nella Lettera ai giudici nell’ottobre 1965).
 
 “Mi sta a cuore”. Li chiama ad esserci, a sentirsi responsabili delle proprie azioni, ma soprattutto a sentirsi responsabili delle persone e dei volti incontrati ogni giorno.
Quelle che seguono sono parole tratte da una lezione registrata che don Milani fa a un gruppo di ragazzi della terza media di Borgo San Lorenzo. A loro parla intorno ad un tavolo e cerca di scuoterli, ricordando che possono e devono scegliere, e che ogni scelta porta responsabilità.

“Voi dite: «Si va a ballare perché Borgo non ci offre nulla di meglio». Ma è anche viltà vostra, perché un bambino in fasce non può lamentarsi se le sue fasce sono sporche o strette, ma alla vostra età è troppo comodo scaraventare tutte le responsabilità sugli altri. Avete un'età che se resistete, se cercate, se vi organizzate potete creare un'infinità di cose. Quando avrete tentato e ritentato di avere qualcosa di meglio del ballo, potrò dire con pietà: «Poverine! Non c'è rimedio!». Ma non siete giustificate se non fate nemmeno il più piccolo sforzo. Oltre a tutto sarebbe quasi l'ora di pensare anche a un'altra cosa, e cioè che siete guidate come schiave da qualcuno che vi manda dove vuole lui. A lei Mario, negli anni della sua esperienza di gestore di una pista, è mai successo di vedere uno, due ragazzi, un gruppo di giovani e di ragazze, ribellarsi a un dato tipo di musica e di ballo e pretendere che non fosse suonato e ballato perché non corrispondeva ai loro gusti?” Mario risponde: “Io credo che molti giovani vadano dietro alla corrente. Di solito gli piace quello che è di moda, non quello che gli piacerebbe davvero.”

Responsabilità è dunque anche capacità di aprire gli occhi, di leggere la realtà in cui viviamo per rispondere in maniera concreta a ciò che ci succede intorno. Don Milani fa divenire così la scuola luogo per imparare ad apprendere, a pensare con la propria testa.

“Senti cara, due anni fa, mi trovai a fare una leticata (litigata) in piazza a Vicchio. C'era un imbecille di giovanotto che diceva che lui portava la cravatta per parare il freddo. Fece fare una risata a tutti. Poi provò a dire: «Perché mi piace». Per l'appunto vedo che a tutti intorno piace la stessa cosa, sicché non ci credo. Difatti lui portava la cravatta non perché l'avesse scelta, ma perché la portano gli altri. E voi il twist non lo avete scelto, ma ve lo hanno imposto e ve lo possono imporre come vogliono. Un ballo, se è bello o brutto non importa, quello che impongono è quello che pigliate. Se fissano a New York che quest'anno ballate l'Aida, voi ballate l'Aida, se fissano che ballate la messa da morto, ballate la messa da morto. La vostra libertà è di scegliere entro i limiti delle poche possibilità che vi danno, cioè di ballare un twist o un madison, ma non di ballare o pensare; non di ballare o regnare e essere padroni del vostro voto, del vostro pensiero; non di ballare oppure vincere discussioni; non di ballare o convincere le persone con cui parlate... purtroppo la mia previsione è che sarete pecore, che vi piegherete  completamente alle usanze, che vi vestirete come vuole la moda, che passerete il tempo come vuole la moda. Ma mi dite che soddisfazione ci trovate ad accettare una situazione simile? Ribellatevi! Ne avete l'età. Studiate, pensate, chiedete consiglio a me, inventate qualcosa per sortire da questa triste situazione in cui siete e poter arrivare al punto di fare realmente, con una libera scelta vostra, le cose che vi par giusto fare. Per me sarebbe una umiliazione tremenda se uno mi domandasse: «Cosa stai facendo? Perché lo stai facendo?» e dovessi restare a bocca aperta senza rispondere. Educo i miei ragazzi così, a  saper dire in qualunque momento della loro vita, cosa fanno e perché lo fanno”.

Attraverso il suo progetto educativo, il don dà valore all’impegno personale alla costruzione del bene comune. Ognuno deve agire come si sentisse responsabile di tutto, in armonia e coerenza con la propria coscienza autentica di cittadino sovrano e non più di suddito.

“A fare quelle mossettine in sala da ballo ti riesce e a seguire una riunione politica e sindacale che ti prepara a essere più capace, più sovrana, ti pare di non essere capace? Eppure  probabilmente l'anno prossimo andrai a lavorare e avrai davanti responsabilità immense: licenzieranno una tua compagna di lavoro e dovrai decidere se scioperi o no per lei, se difenderla o no, se sacrificarti o non sacrificarti per lei, se andare in corteo davanti alla prefettura o davanti alla direzione, se rovesciare le macchine e rompere i vetri oppure se tu dovrai zitta zitta chinare la testa e permettere che la tua compagna sia cacciata fuori a pedate dalla fabbrica. Tu queste cose le dovrai decidere l'anno prossimo e per ora ti prepari, twistando in una sala da ballo?"

Da Barbiana don Milani tenta di far sentire ognuno protagonista di un progetto di responsabilità comune. Si può cominciare a scegliere, a mettersi in gioco, a farsi promotore della diversità. E questo può e dovrebbe partire da ogni “maestro che – come scrive don Lorenzo - deve essere per quanto può profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in modo confuso”. "Dovremmo anche – sono ancora sue parole – avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto".  








lunedì 9 dicembre 2013

"...ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani.”

Su la Repubblica.it leggo in data odierna un articolo con questo titolo: Il reddito familiare influenza l'apprendimento dei figli. “È l'inquietante rivelazione di una ricerca dell'Università di Stanford: un bambino di famiglia benestante ascolta in famiglia circa 12mila parole a lui dirette al giorno, mentre un suo coetaneo cresciuto in una casa dal reddito più basso ne ascolta in media 670. Risultato: i primi apprendono più velocemente     Sotto i due anni, un bambino nato in una famiglia povera sente in media 670 parole a lui dirette ogni giorno. Un bambino nato in una famiglia benestante ne sente fino a 12 mila. Risultato: chi sente più parole è in grado di capire più velocemente, accumula un vocabolario più ampio e farà meno fatica a imparare a leggere e a scrivere.
Lo conferma una recente ricerca dell’Università di Stanford … che evidenzia come le differenze nell’apprendimento comincino nella prima infanzia.   Con il passare del tempo, quando i bambini arrivano alle elementari,
il figlio di una famiglia meno privilegiata risulta indietro fino a due anni rispetto ai coetanei di famiglie benestanti.
È il cosiddetto “development gap”. "Quello che vediamo qui è l’inizio delle disuguaglianze dello sviluppo, una disparità che cresce fra i bambini e che ha enormi ripercussioni sull’istruzione e sulle possibilità di carriera", scrive Fernald. Siccome il linguaggio è legato a doppio filo con la capacità di comprensione della parola scritta, molti bambini di famiglie svantaggiate si trovano ad affrontare un gradino più alto quando cominciano la scuola. E, molto difficilmente, recupereranno il terreno perduto in partenza.  Perché non ne avevamo mai sentito parlare?.....”   
Invito chi fosse interessato ad andare sul sito del quotidiano e leggersi per intero quanto qui ho riportato solo in una piccola parte.

 
Da parte mia mi appresto alla lettura di don Milani rilevando ancora una volta la profeticità del suo pensiero.            A don Milani interessava prima di tutto come essere cristiani e come essere cittadini, come ci si avvicinava a certi contenuti, come si vivevano i  momenti formativi, e un caposaldo nella concezione di don Milani era il problema culturale.

Don Milani diceva: “la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale”.  Lui aveva capito che uno stato di povertà, dipendeva molto dal modo in cui le persone conoscevano, si impadronivano e approfondivano le parole.                                                                                               Nella scuola di Barbiana si trova ancora scritta questa frase:  l'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone”.

La differenza culturale, la differenza di diseducazione, di non conoscenza, da don Milani era espressa con il termine “parole”. Le parole sono, noi diremmo, i contenuti mentali, i concetti, le teorie sulla padronanza linguistica, …; per don Milani le parole sono i contenuti che mancano alle persone.

Don Milani diceva che “solo la lingua rende uguali” .  Per questo, per difendersi dal potere (che è potere proprio perché è padrone della lingua, della cultura), è necessario che i giovani imparino a esprimersi e a comprendere un testo o un giornale (attenzione non quell'inutile sperpero di carta  delle varie gazzette sportive!!), dalla prima all'ultima pagina:  perché “un giornale non scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare, ma di solito lo fa per influenzare in una direzione”.


Capire e sapersi difendere.  Eppure "saper leggere" nel senso di riconoscere le parole, non basta.  

Don Milani, pedagogicamente e politicamente, affermava che i padroni della lingua sono i padroni di tutto: sono loro che scrivono le leggi e chiaramente le scrivono adattandole alle loro esigenze: chiaro che, essendo fatte su misura, per loro sarà più facile rispettarle.  Ed è per questo che la scuola deve insegnare che "l'obbedienza non è più una virtù". Quando la legge è ingiusta (e cioè quando non difende i deboli) va respinta: se un ordine, sia pure un ordine militare, è ingiusto, non va eseguito!

Ma quanto sarebbe pericolosa in questo modo la scuola?

La lezione di don Milani oggi pare che l'abbia imparata molto bene soprattutto quella classe di potere dominante che lui voleva combattere attraverso la diffusione della cultura.  Si è  fatto esattamente il contrario di quello che voleva fare don Milani: si è deciso di restituire all'ignoranza e all'analfabetismo  autorevolezza sociale, considerazione massmediatica, insieme ad un diffuso credito trasversale. Negli ultimi vent'anni lo sforzo di creare una relazione quasi meccanica fra incultura e successo sociale è stato immenso e senza risparmio di energie. Dai politici, uomini di spettacolo, preti, personaggi pubblici, giornalisti di moda, si allunga la lista di coloro che si caratterizzano per la loro apparenza "popolare": rozzi, volgari, incolti, volutamente sprezzanti verso il pensiero ben articolato o coerente (spregiativamente bollato "intellettuale").
La classe dominante ha propagandato la sua stessa immagine in modo culturalmente sempre più basso: è sempre la classe padrona della lingua, certo; è sempre lei a scrivere leggi, gestire potere economico, potere politico, potere informativo. Nulla è cambiato rispetto alla rigidità dei recinti familiari del potere e della ricchezza (ricchi i figli dei ricchi, poveri i figli dei poveri e seppure questi ultimi riescono a risalire la china la percentuale è bassa e la salita è irta di ostacoli): è di moda oggi il termine di casta.  Ma per il raggiungimento di questo obiettivo è stato necessario rivalutare l'incultura affinché la conoscenza vera non creasse un popolo libero. E - forse ricordando anche don Milani che sosteneva che l'unico modo di insegnare fosse "porsi come modello" - ecco che il potere stesso si presenta come modello quanto più "popolare" sia possibile, parlando come una volta non avrebbe fatto neppure una persona con tre anni di scuola elementare, usando scurrilità, citando parole in libertà di attricette televisive quasi si trattasse di grandi filosofi o sapienti, utilizzando stereotipi linguistici e mentali che solo quarant'anni fa una persona di bassa e media cultura si sarebbe vergognata non solo a pronunciar ma perfino a pensare.

L'impatto è potente: se quello lì che parla così (sdogana parole e concetti triviali, scendendo al livello più basso, così infimamente popolare e che quindi è talmente simile a chiunque al punto da rappresentare la mediocrità di ciascuno, al punto che ognuno riesca ad immedesimarsi sentendolo così prossimo, così uguale) è tanto ricco e potente, evidentemente la scuola non serve a nulla. Anzi occorre riformarla! Ed ecco allora ad invocare più serietà,  più selettività, più meritocrazia, allungandola negli anni! Insomma: al punto da renderla  distante dalle esigenze della gente comune. Siamo dunque arrivati così alla convinzione che a "studiare non serve a niente", che "i soldi si fanno in un altro modo", che "il successo è dei furbi"…

Ovvio che il potere resta più che mai padrone della lingua e dei linguaggi che contano. Ma per impedire concorrenza o insidie di sorta ha rivalutato l'analfabetismo e l'incultura, cosicché l'incapacità di ragionare e di capire non sia più (come un tempo) motivo di timidezza o di aspirazione al progresso, ma motivo di vanto e fierezza.

E allora che lo si dica e lo si ripeta  e lo si scriva in ogni posto, nelle aule delle scuole elementari e nelle università che “…solo la lingua rende uguali e che ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani.”